Con le esagerazioni espresse in qualche riga fa, spero perdonabili, mi premeva sottolineare quanto sarebbe utile che gli home recordist instaurassero un diverso approccio con le macchine attuali, ridimensionandone l’importanza attribuita e facendone un uso corretto che non appannasse, o addirittura non facesse perdere di vista, lo scopo principale di questa magnifica pratica casalinga: fermare momenti della nostra sensibilità musicale che desideriamo non vadano persi. Si pensi, dunque, meno alla tecnologia, si liberino di più i momenti creativi e non li si faccia spegnere perchè dobbiamo attivare tre plug-in, mettere il riverbero giusto e via discorrendo. Quelle sono eventuali cose del dopo! Catturare il momento magico significa imprigionare un attimo della nostra bellezza esecutiva, della nostra sensibilità. Non mortifichiamole, non perdiamole consumando il tempo a schiacciar bottoncini e a tirar di mouse. La verità del momento ispirato è mille volte più potente del riverbero perfetto. Ripeto: sto esagerando ma devo riconoscere che certe registrazioni fatte durante gli anni Sessanta e Settanta (anche certe mie casalinghe) hanno una forza evocatrice decisamente maggiore di quelle dei periodi successivi tecnologicamente più contaminati. In quel periodo, l’unica cosa da fare era schiacciare REC. Se c’eri, c’eri e se non c’eri, non c’eri. Cerchiamo di esserci sempre, in prima fila se possibile.
Dopo questa “tirata” che spero abbiate assorbito e che vi abbia stimolato a scrivermi per qualsiasi critica o argomento da trattare, intingo la penna nei ricordi e nel calamaio di Internet!
Non so quanti in Italia si dedicassero alla registrazione casalinga all’alba della seconda metà del secolo scorso. Credo in tre, perché sicuramente c’era dell’altro a cui pensare. E poi registrare con che cosa? Il registratore a filo era stato una macchina costosa fin da quando il danese Poulsen, facendo sue le idee dell’americano Oberlin Smith, aveva dato dimostrazione ai suoi amici (eravamo, pensate, nel 1898) che era possibile registrare un qualsiasi suono su di un filo d’acciaio, cancellarlo e ri-registrare (Telegraphone). Questo tipo di dispositivo, con le inevitabili migliorie, rimase in uso negli Stati Uniti fin dopo la Seconda Guerra Mondiale ma in Italia ne dovettero arrivare ben pochi. Un certo movimento si notò dopo il 1950 quando furono disponibili anche nel nostro paese i primi registratori a nastro magnetico (ossido di ferro su base cartacea) ma non è che questi fossero accessibili ai più. Si utilizzavano negli studi professionali ed era raro trovarli tra le pareti domestiche ad uso della registrazione amatoriale. Questa pratica, questo esercizio più o meno solitario di fermare su un supporto proprie composizioni musicali non era ancora nato. I registratori a nastro più economici nascevano con funzione di registratori per uso vocale, da usarsi negli uffici di questa o quest’altra società. Il “capo” registrava i testi delle lettere da inviare e la segretaria li batteva poi a macchina, con la possibilità di potersi riascoltare una frase. Il famoso “Gelosino”, uscito nel 1958, aveva anch’esso questa funzione di dittafono, di macchina supertecnologica per appunti.
Direi che in quella decade la musica la si suonava, la si ascoltava alla radio (nella mia cucina-salotto troneggiava il gigantesco Allocchio-Bacchini), dai giradischi a 78 giri con le puntine in acciaio e dai primi juke-box arrivati in Italia a partire dal 1944. Passai la parte finale degli anni Cinquanta abbracciato al vetro di un colorato juke box Ami H, la mia prima “fidanzata”, ascoltando i Platters, Tony Dallara, Celentano e tanti altri cantanti mentre i più grandi in un’altra stanza del bar sottocasa a Venezia giocavano a biliardo, sport allora diffusissimo assieme al contrabbando di sigarette e roba varia. Dev’esser stato lì che mi punse la zanzara della musica. Mi piaceva davvero tanto che quest’ultima si mescolasse così bene al mio sentire interiore e che impreziosisse tutto, dagli sguardi alle e dalle ragazzine alle prime malinconie. Niente registrazioni da parte mia, visto che ancora non suonavo. La cicogna che doveva portarmi bobine, microfoni e strumentini vari con i quali avrei giocherellato per più di cinquecento lune era ancora lontana, stazionante oltre oceano.