Settantacinquenne e inattuale, da tre anni blogger, uomo di rara cultura e sapienza, Giulio Sforza è capace di donare a noi internauti "consumati" una interpretazione della libertà del Web che è millenni luce avanti a quella dei tanti meschini Riottelli che abbaiano per l'aere digitaltelevisivo, invocando filtri, cani e guardiani per la Rete del domani.
Stavolta le sue parole sono semplici, almeno in gran parte, per cui segue un invito alla lettura che rivolgo a voi amici. Riporto qui il suo articolo, ma non commentate qui sotto, non solo almeno: vi chiedo di lasciare un piccolo commento, direttamente a lui, QUI. Anche un semplice "grazie" avrà del valore.
"Post n°248 pubblicato il 26 Gennaio 2010 da giuliosforza
Post 241
Verità, verità, verità, che è la Verità? Riotta e Lih più esplicitamete, Lanier implicitamente tutti alla fatidica parola fanno riferimento. Ma quale la verità che si vorrebbe dalla rete? La verità di chi? Io credo che richiedere ad essa qualcosa di più che una pura e semplice precisione di dati, dico dati, e di opinioni, dico discutibili opinioni, sia prevaricante e prepari la strada alle censure indiscriminate o mirate (cosa che del resto già si sa avvenire o minacciarsi da più parti) dei regimi preoccupati solo della loro verità, cioè del loro potere. Chi di grazia dovrebbe controllare i contenuti dell’web, le idee dei suoi utenti, magari i loro aborti di idee, le loro idee insanite od in sanie? E con quale diritto? Che una nostalgia strisciante per le sacre investitture e i diritti divini si stia impadronendo degli spiriti deboli? Che sia già pronto, da qualche parte, l’Indice dei siti e dei blog proibiti, in procinto d’esser pubblicato e con violenza difeso dagli sgherri delle nuove Inquisizioni (laiche o religiose che siano), appena la vigilanza degli spiriti liberi e forti s’allenti? E che stia risorgendo un Istituto per la preservazione della fede? E che si preparino i roghi per i dissidenti e gli eretici, per i naviganti che amino vagare e “baccabondare”, posseduti da ulissìde smania di conoscenza, alla ricerca di mondi diversi, fuori dalle prescritte rotte? Simile ad una tavola imbandita sia l’Web, ricolma di ogni ben di Dio e di ogni più diabolica, magari attossicante, pietanza, premessa ineliminabile per altro sì per ogni pericolosa abbuffata ma anche per la più squisita delle autoeducazioni alimentari. Cornucopia ricolmo la rete cui ad ognuno sia consentito di accedere che fame e sete di conoscenza tormentino. Come si può pretendere che l’autoeducazione (e tale è solo e sempre una verace educazione) alla continenza del sé (con-teneo, tengo insieme, tengo unito) possa diversamente avvenire? Non è l’abbondanza delle opportunità e delle disponibilità fondamentale perché una libera scelta sia pensabile? E’ forse possibilità di locupletazione ove non sia variegatissima offerta? Ed è possibilità di libertà ove non sia possibilità di totale libertà? Non è forse la libertà il più alto dei rischi? Ma non è forse il rischio della libertà pur sempre minima cosa al confronto dei danni certi che la mancanza di libertà assicura? So bene la libertà essere, in ogni campo, figlia di estremo rigore; e so di tutti i bla bla moralistici che i propugnatori delle scelte obbligate (ivi compreso il grande dandy dell’esistenzialismo engagé Jean-Paul Sartre) oppongono alle argomentazioni, per essi sofismi, di chi nega l’esito obbligatorio della libertà dover essere la scelta, in realtà della libertà sostanziale negazione. Atto supremo di libertà è anche, e non è più di tanto paradossale, morire, come l’asino di Buridano, di fame e di sete, non certo per incapacità di scelta, ma per non volontà di scelta, per ludica, orgiastica, débauchée fedeltà alla libertà di scelta, che è anche scelta della non scelta.
Temo proprio, anzi non temo affatto, me ne compiaccio, doverci tenere quell’universale Nous poietikòs ed insieme pathetikòs (che volgare dirlo…contenitore!) che la Rete rappresenta tale quale è, e lottare perché tale e quale, salvi fatti gli auspicabili perfezionamenti tecnici che dilatino, non restringano, gli ambiti di libertà da essa garantita, permanga.
Libertà, Libertà gran diva,/ la fede in te nel tuo popolo avviva (dal Duca d’Alba di Donizetti, su libretto di Eugène Scribe). Anche nel popolo della Rete.
Chàirete Dàimones
--
(tradotto per gli accordiani: questo saluto finale significa "Gioite o Dèmoni")