Nel 2009, sul sito di The Independent, mi sono imbattuta in una serie di divertenti appuntamenti che narravano le gesta di Graham Jones, venditore di dischi di Liverpool. Gli inserti erano tratti da un libro pubblicato quello stesso anno con il titolo “Last Shop Standing: Whatever Happened to Record Shops?”. Il volume, oltre a riportare la vicenda personale dell’autore - che è passato dall’impiego in un’azienda di insaporitori in polvere alla polvere dei vinili, al management musicale e al lavoro di rappresentante per la leggendaria HMV - tratteggia l’altalenante parabola dei negozi di dischi indipendenti. Forte del fatto di essere con buone probabilità la persona che ha visitato il maggior numero di negozi di dischi al mondo, avendo lavorato nel settore fin dagli anni ‘80, Jones attinge a una scorta di aneddoti incredibile, riuscendo a raccontare in modo brillante e divertente la storia triste della decimazione di queste gemme della nostra cultura. Jones ha intrapreso un viaggio alla ricerca degli “ultimi negozi ancora in piedi” in Gran Bretagna, avanzando ipotesi sulle ragioni della loro sopravvivenza nella speranza di una ripresa concreta dell’attività. Il libro, quindi, lungi dall’essere un necrologio, aveva lo scopo di spingere la gente di tutto il mondo a supportare il negozio di dischi locale e, insieme a iniziative come il Record Store Day (una celebrazione dei negozi di dischi indipendenti sparsi negli USA e nel resto del pianeta), è riuscito a portare l’attenzione di un numero incredibile di persone sulla questione.
Il successo è stato tale che il 10 settembre scorso è uscito “Last Shop Standing: The Rise, Fall and Rebirth of the Indipendent Record Shop”, film documentario di 50 minuti basato sul summenzionato libro e co-finanziato da appassionati di musica che raccoglie le testimonianze di alcuni tra i negozianti di dischi più agguerriti e di artisti e insider come Paul Weller, Johnny Marr, Fatboy Slim, Billy Bragg, Nerina Pallot e Richard Hawley. I temi affrontati spaziano dall’ascesa dei negozi di dischi negli anni ’60 all’influenza delle classifiche generali sulle vendite, dagli affari sottobanco alle nuove tecnologie e il downloading, non senza lanciare pesanti accuse all’industria discografica, come per esempio quella di aver ridotto notevolmente la qualità del vinile a partire dagli anni ’80 al fine di favorire il nuovo formato del CD, decretando indirettamente la morte dei dettaglianti (da più di 2200 negozi indie a 269 nel giro di 30 anni nel Regno Unito).
 E qui da noi? Come prevedibile, in Italia i negozi specializzati e indipendenti sono in nettissima minoranza rispetto ai punti vendita di catene, megastore e centri commerciali, ma da quanto riporta la Federazione Industria Musicale Italiana il loro venduto nel 2011 è stato pari al 18,6 per cento del venduto nazionale di supporti fisici e secondo l’IFPI (International Federation of Phonographic Industry) il nostro Paese si collocherebbe al settimo posto al mondo per acquisti di LP in vinile. Sono dati che fanno pensare... E se ci trovassimo di fronte a un ritorno di antichi metodi di acquisizione e di fruizione della musica? Soprattutto, la tecnologia più avanzata può convivere con forme arcaiche di riproduzione e distribuzione al punto di garantire la sopravvivenza dei negozi di dischi indipendenti? Il libro e il documentario di cui sopra affermano che sia così. Da amante della tradizione, mi piacerebbe interfacciarmi ancora con un intenditore in un negozio fisico per essere guidata nella mie ricerche, come anche vedere i pezzi rari fuori dai classici mercatini o dalle fiere specializzate. Ma cosa comporterebbe questo a livello concreto per chi acquista musica? Nell’attesa di trovare qualche risposta, consiglio la lettura del libro e la visione del DVD: fantastici a prescindere. |