di FBASS [user #22255] - pubblicato il 31 agosto 2012 ore 19:30
La peste del 1656 a Napoli ( opera di Luca Giordano ). Chi non ha letto, o studiato alle medie superiori, almeno una volta " I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni, oppure spero che ne abbia sentito almeno parlare, quella descritta fu la peste "importata" dai Lanzichenecchi a Milano ( la grande peste del 1629-1631, detta di San Carlo), ed in buona parte della Lombardia, di cui si ammalò pure lo sposo Renzo Tramaglino, ma che fortunatamente ne guarì, mentre la malattia fece fuori il cattivo di turno, Don Rodrigo. Però in quel periodo furono molti gli episodi di epidemie de "Lo Malo Morbo", ma molti non sanno, nè viene descritta e specialmente nelle scuole, della peste, molto più devastante, che invece colpì Napoli e la Campania tutta, e solo un quarto di secolo dopo nel 1656 ( ma fu tutta la Regione Campana a pagare il prezzo più alto alla peste, con quasi la metà delle famiglie distrutte, pressochè spopolate città vescovili come Aversa, Teano, Pozzuoli e ci fu l'estinzione o quasi di molti piccoli centri e borghi ). A Giffoni Valle Piana , oggi famosa per il "Festival del Cinema per Ragazzi", in provincia di Salerno, morirono 1200 persone, a Trentinara, le vittime furono 460 e i superstiti 60-80, cioè il 90% rispetto alla popolazione dell'epoca, però non dimentichiamoci che si era sotto il lungimirante "Vicereame Spagnolo", anzi a Napoli l’epidemia si esaurì quasi subito, ma persistette fino al 1658 in molte località campane, specialmente quelle più isolate.
Vi sono molte testimonianze artistiche che ne ricordano i lutti, ma sono le svariate icone ed immagini dedicate al culto di San Gennaro, Santo Patrono di Napoli, disseminate in tutta la città, a cui principalmente mi riferisco ( premesso che nel 1608 fu edificata la famosissima “Cappella del Tesoro”, su progetto di Francesco Grimaldi con i generosissimi fondi dei devoti napoletani, e custode di un raro e prezioso tesoro artistico ed economico, c'è un film famosissimo a tale riguardo che ce ne ricorda la ricchezza, "Operazione San Gennaro" ). Sono proprio queste testimonianze a condurci, lungo tutto il Seicento, in un triste itinerario di eventi luttuosi che cominciò con l'eruzione del Vesuvio del 1631, detta la "Eruzione dell'Acqua Bollente" da me già descritta in un mio precedente diario, poi con questa peste del 1656 ed infine il terremoto del 1688, che colpì la provincia di Benevento e l'Irpinia. Vi erano delle edicole poste sulle porte storiche della città ( erano 7, oggi andate perdute, ma documentate da due bozzetti conservati al Museo di Capodimonte ) ed un obelisco con sulla sommità la statua del Santo Patrono, superfotografato dai turisti, eretto al centro di Piazza San Domenico, opere edificate tutte a fine dell’epidemia, come voto di riconoscenza per lo scampato pericolo, ma i morti in Campania, almeno da notizie tramandate, furono circa 400mila (?) ( fonte di cui non ne sono certo al 100%, ma fu un'ecatombe).
La più terribile di queste succitate calamità del XVII secolo, cioè il “Morbo della Peste”, sembra fosse stata introdotta per la prima volta dalle truppe francesi del generale “Visconte di Lautrec” nel 1528, ma nel 1656 la virulenza fu tale che decimò la popolazione e segnò per moltissimi decenni la memoria dei napoletani ( oggi non se ne parla più tanto, c'è in verità, a fare banco, l'episodio quasi contemporaneo di "Masaniello", con i 10 giorni della rivoluzione, a partire dalla domenica 7 Luglio 1647, detta la "Rivoluzione della Frutta" cioè l'alimento dei poveri popolani detti "Lazzari" a quel tempo, e ad oscurarne la memoria). L'oblio è rimasto ad eccezione di un episodio postumo che descriverò più dettagliatamente quando farò un diario sulle “Cape ‘e Morte ‘e Fontanelle”, cioè sulle "Anime Pezzentelle" della grotta, oggi deposito cimiteriale, scavata nel deposito vulcanico di "Tufo Giallo", scavata dai "Pozzari", cioè il materiale depositato dalla secoda devasante eruzione dei Campi Flegrei ( 12mila anni fa circa, mentre la prima, parossistica e forse l'eruzione più catastrofica del Bacino Mediterraneo, più di quella di Santorini del 1500 A.C. che distrusse la "Civiltà Minoica" , viene denominata Ignimbrite Campana e risale a 39mila anni fa, ne parlerò ), antro artificiale situato in località Vergini, ai piedi della collina di Capodimonte, con i teschi accuditi e curati fino all'inverosimile da donne pietose. Questo è un Ipogeo voluto, nel 1872, da Padre Gaetano Barbati, cioè quando alcuni ( moltissimi ma non tutti ) dei poveri scheletri dei morti per epidemia, seppelliti nelle vecchie reti fognarie ed acquedotti d'epoca greca in disuso, uscirono fuori a seguito di una delle famosissime “Lave dei Vergini” ( inondazioni, dovute ad ostacoli, d’acquazzoni ricorrenti ), insieme ad altri scheletri delle successive più numerose epidemie di colera, specialmente quella del 1837 ( ultima, ricordo, è del 1973, ma la peggiore fu quella del 1884, cui è legata anche la nascita della "Pizza Margherita" in onore della Regina Margherita di Savoia, moglie di Re Umberto I°, il Re Sabaudo che disse, durante una festa in suo onore, "Quì si festeggia, a Napoli si muore, io vado a Napoli" )
Strano modo di seppellire quei poveri defunti fu quello adottato nel 1656, ma non si sapeva più dove dare sepoltura ai morti, tanti ne erano, furono usati tutti i canali sotterranei possibili, compreso vecchi acquedotti greci e reti fognarie in disuso, forse allora nacque la necessità di un nuovo cimitero, poiché le vecchie Catacombe di San Gennaro ( ne parlerò a breve perchè vi è l'episodio della sottrazione delle ossa di San Gennaro, da parte del Duca Longobardo Sicone, padre di Arechi, quello da cui ha preso il nome lo stadio di Salerno ) e le altre non bastavano più, ci si ricordò allora delle "Grotte degli Sportiglioni” cioè dei pipistrelli, a Poggioreale, località utilizzata dalle truppe assedianti francesi di Lautrec. Parliamo invece del retaggio artistico-popolare del triste evento, famosissima è questa stampa sull’abbigliamento adottato dai dottori, onde evitare il contaggio ( il becco serviva a contenere panni impregnati d'unguenti medicati ed odorosi ) :
Ma adesso torniamo a noi ed alla nostra natura artistica che sa vedere un po' d'allegria ed arte anche in questi eventi dolorosi, prima Masaniello poi Dudù-Nino Manfredi ed il tesoro di San Gennaro, l'anatema ricevuto dalla pia donna e mamma adottiva di Dudù fu proprio che si dovessero ammalare di Peste, ma su tutto il trionfo della Tarantella ( dal morso della Tarantola, con il veleno che faceva ballare la sventurata vittima per il dolore) di cui si fa risalire la nascita proprio a quel periodo di inizio XVII secolo :
Ecco come reaggiva alla peste il prode Brancaleone da Norcia, il nostro grande Vittorio Gassman :