di Oliver [user #910] - pubblicato il 02 gennaio 2012 ore 02:21
Qualcuno si chiederà come mai mi sia venuta voglia di parlare di questa artista e, in particolare, di questo brano che è molto distante dalla musica che solitamente propongo e nel quale, oltretutto, la chitarra quasi non compare per nulla.
Beh, tutta colpa del lettore mp3 e della funzione shuffle, che utilizzo sempre in auto perchè mi piace essere... sorpreso. Ogni tanto salta fuori dal mucchio un pezzo che non ascoltavo da molto tempo, del quale mi ero quasi dimenticato.
Stasera è toccato a questo. Il fatto che sia legato ad un periodo speciale, emozionante e particolarmente felice della mia vita non è sufficiente ad obnubilare del tutto il mio giudizio: romanticismi a parte, è una signora canzone, una di quelle che dimostrano come anche la canzone "pop", per di più italiana, possa raggiungere livelli di qualità considerevoli.
Ovviamente, come sempre, è la qualità degli ingredienti che rende speciale un piatto, e qui lo chef non ha badato a spese. Chi canta è Fiorella Mannoia, una signora della canzone, intelligente, elegante, moderata e controllata: addirittura troppo, per qualcuno. Per me questo atteggiamento è una manifestazione di una forma di timidezza che, appropriandomi abusivamente di un azzardatissimo ruolo di "filosofo spicciolo", imputerei alla consapevolezza di non essere una donna bellissima, secondo i canoni ai quali ci hanno abituato. Eppure questa sua timidezza, unita alla sua voce precisa e vellutata, la rende molto sensuale, più di tante "bellone" che -ahimè- sanno di esserlo.
Il fatto che, ai suoi esordi, il Grande Mogol (quello di Battisti, non quello delle Giovani Marmotte!) l'avesse stroncata dicendole che non sarebbe mai diventata una cantante, dimostra che anche i grandi, a volte, sparano cazzate.
L'intelligenza della signora dagli occhi smeraldini e dalla rossa chioma leonina si è manifestata evidentemente anche nella scelta degli artisti e dei produttori che da sempre l'anno accompagnata, e nella sapiente scelta dei brani che ha proposto nei suoi album e negli spettacoli dal vivo (di classe eccezionale). Leggere le note di copertina o, se si è fortunati, assistere ad uno dei suoi concerti, fa solitamente reagire con un "apperò!", riconoscendo nomi "sacri" davanti ai quali verrebbe da togliersi il cappello. Fossati, Conte, Cocciante, Piccoli, Fabrizi, Zanotti, Melotti, Ron e molti altri, tra i quali Ruggeri.
E proprio di Enrico Ruggeri, in uno dei suoi momenti migliori, è il brano che il caso mi ha riproposto, contenuto originariamente nell'album "Canzoni per parlare" del lontano 1988. Probabilmente non è il migliore, ma tra i tanti pezzi intensi e degni di nota (come "Le notti di maggio" di Fossati, stupenda), questo mi ha particolarmente colpito per l'arrangiamento, che vede un ruolo primario (e di gran gusto) della batteria e delle percussioni, non proprio comune nella musica leggera italiana. Il testo, affatto stupido, di Ruggeri e le progressioni armoniche che sono praticamente una firma del suo stile, completano una ricetta a mio avviso molto riuscita.
O forse è solo l'effetto catalizzatore dei ricordi, e dell'ora tarda?