di jebstuart [user #19455] - pubblicato il 23 aprile 2011 ore 20:33
Pesach è la festa ebraica della commemorazione della liberazione dalla schiavitù egiziana. Non è un caso che la Pasqua cristiana si innesti su di essa.
Anche la nostra festività celebra una transizione da uno stato all’altro. Dalla morte alla vita, nella narrazione cristologica. Da una condizione vita ad un’altra nella nostra esperienza di tutti i giorni. Come per il Natale, ognuno può trarre da questa ricorrenza lo spunto che meglio crede. E come il Natale può essere esclusivamente l’occasione per scambiarsi dei regali, così la Pasqua può essere quella per fare una gita fuori porta.
Oppure può essere un’occasione per riflettere, e per chiedersi se nella propria vita ci sia necessità ed occasione di transitare da una condizione all’altra. E non credo affatto che, secondo la più ortodossa e paludata interpretazione ecclesiastica, l’unica transizione che metta conto di essere ricercata sia quella, definitiva e sacrale, dal peccato alla virtù. Transizione può essere più banalmente (ma non meno meritoriamente) riconciliarsi con qualcuno, o andare a far visita ad un anziano, o dare una mano a chi ne ha bisogno o, più semplicemente, guardare criticamente dentro di sé e nella sfera dei propri affetti più cari.
Tirando un po’ la corda, può essere addirittura cambiar chitarra o ampli o genere di musica suonata. Va bene lo stesso, se la tranquillità e la gioia che questo provoca ci rende più empatici verso chi ci sta intorno.
Quest’anno, però, il periodo pasquale coincide con l’anniversario della Liberazione: due festività per decenni assolutamente avulse l’una dall’altra. Una, la Pasqua, la festa delle beghine e dei clericali. L’altra, la Liberazione, la festa dei rossi. E, quando il nostro Paese era ancora dolorosamente diviso tra Pepponi e Don Camilli, poteva succedere che chi festeggiava l’una sentiva di non aver motivo di festeggiare l’altra.
Acqua vecchia, mi direte. Ed invece stasera credo possa essere ugualmente utile gettare un ponte ideale tra le due ricorrenze.
Il mercoledì in albis del 1944, nella zona di Stia (AR) ed in particolare nella frazione di Vallucciole, si consumò una delle più efferate stragi dell’annus horribilis della guerra civile italiana. Un episodio che Carlo Levi, tra gli altri, tramandò come “La Pasqua di Vallucciole”.
La storia è nota. La divisione «Hermann Goering», rinforzata da contingenti di SS e della GNR all'alba del 13 aprile 1944 iniziò un rastrellamento che avrebbe dovuto intercettare le formazioni partigiane della zona, ma che, essendo queste ultime riparate tutte sui monti, incontrò sul suo cammino solo civili.
Le famiglie del posto, che pure avevano percepito l’imminenza di un’azione militare, ritenendo di non aver nulla da temere dai nazifascisti, erano rimaste quasi tutte nelle proprie case. Né le SS né i militari della Goering, né le Guardie repubblichine ritennero invece di doversi fermare di fronte alla popolazione inerme.
Al tramonto del 13 aprile, di Vallucciole restavano solo macerie fumanti ed i corpi di 108 civili, tra cui 22 tra ragazzi e bambini. Bruciati vivi dai lanciafiamme nella chiesa e nelle case, o dilaniati dalle granate, o sbrigativamente liquidati con un colpo alla nuca.
A quasi 70 anni dai quei fatti, non credo che odio e vendetta abbiano più senso. Ha invece senso ricordare, perché la Pasqua segni sempre più spesso la transizione nell’animo di tutti tra l’ingiusto ed il giusto. Tra quel che è comodo e quel che è utile. Tra quel che è buono per noi e quel che è buono contemporaneamente per noi e per gli altri.
Un augurio affettuoso di Buona Pasqua a tutti Voi. Agli Accordiani, alla Redazione, a chi passa di qui per caso.