Sostieni Accordo
  • Accedi o registrati
  • Info e contatti
    • FAQ
    • Fai pubblicità su ACCORDO
    • Politiche di gestione dei thread
    • Regolamento di Accordo
    • Contatti e info aziendali
    • Privacy
    • Banner e ad-block
    • Servizio consulenza
    • Servizio grafico per le aziende
  • Scrivi
    • ...un post su People
    • ...un articolo o chiedi una consulenza
    • Segnala un appuntamento
  • Pubblicità
SHG MUSIC SHOW PEOPLE STORE

Le proposte alternative della docenza universitaria al programma di Governo

di Mario Monteleone [user #10] - pubblicato il 24 ottobre 2008 ore 20:47

 

Vi presento un (lungo) documento tecnico che è stato presentato ieri a Roma.

Le Organizzazioni ed Associazioni della docenza universitaria, i dottorandi,i ricercatori precari, l'Unione degli universitari hanno elaborato una piattaforma comune che tenta di rimettere al centro dell'attenzione quelli che ritengono essere i principali nodi del sistema universitario di fronte ai gravissimi provvedimenti adottati dal Governo e/o in corso di adozione. 

Riteniamo infatti importante, nel momento in cui diciamo con forza no,esprimere un punto di vista autonomo in grado di formulare proposte concrete. Su questa base programmatica le Organizzazioni firmatarie rivendicano l'apertura di un confronto con il Governo che fino ad oggi è stato completamente assente. 

Roma, 21 ottobre 2008

__________________

 Associazione Docenti Universitari (ADU), Associazione Professionale Universitaria (APU), Associazione Nazionale Docenti Universitari (ANDU), Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari (CNRU), Comitato Nazionale Universitario (CNU), Sindacato Universitario Nazionale (SUN), CISL Università, FLC CGIL, UIL P.A.-U.R. AFAM, CISAL Università, Rete Nazionale Ricercatori Precari (RNRP), Associazione Dottorandi Italiani (ADI), Unione degli Universitari (UDU)

Un programma per l'Università italiana 

I recenti provvedimenti legislativi e quelli annunciati, se non abrogati e bloccati, determineranno la definitiva scomparsa dell'Università pubblica, mutandone radicalmente la natura, la missione, le finalità e l'assetto. Un'Università alla quale la nostra Costituzione assicura autonomia e Libertà di ricerca e di insegnamento.

Le sottoscritte Organizzazioni ed Associazioni della docenza universitaria,dei ricercatori precari, dei dottorandi e degli studenti nel respingere fermamente le scelte di fondo che ispirano tali provvedimenti, intendono riproporre a tutti gli interlocutori, a cominciare dal Governo, un quadro di interventi alternativi che affrontino le criticità evidenti del sistema, valorizzino le risorse presenti, sollecitino la crescita della qualità della didattica e della ricerca, e consentano all'Università italiana di svolgere quel ruolo sociale di promozione della cultura e dell'innovazione di cui il Paese ha enorme bisogno.

I valori fondanti

Noi crediamo che qualsiasi intervento non possa prescindere dal rigoroso rispetto di alcuni valori fondativi che rappresentano la parte migliore della storia e dell'esperienza dell'Università italiana, valori che desideriamo sinteticamente ricordare:

  1.  la natura pubblica del sistema universitario. Il ruolo dello Stato come erogatore e garante di un sistema di alta formazione è indispensabile per assicurare le condizioni affinché l'Università resti, ed anzi divenga sempre più, elemento centrale del sistema di welfare. E' compito del sistema pubblico garantire parità di condizioni universali nell'accesso all'Università, assicurare la qualità dell'offerta didattica, e per questa via ripristinare una mobilità sociale che appare ridotta, presidiare la ricerca in tutti i campi, anche quelli che, pur dotati di alto valore culturale e scientifico, non presentano possibilità di valorizzazione economica immediata, garantire la libertà didattica e di ricerca costituzionalmente sancita. Va inoltre assicurato il carattere unitario del Sistema nazionale universitario, dotato di effettiva autonomia, all'interno del quale deve essere garantita l'autonomia dei singoli Atenei. Il ruolo del privato rappresenta un'utile integrazione, uno stimolo ed una risorsa, che deve avere tuttavia carattere complementare al mantenimento di un forte, prevalente sistema pubblico di Atenei. La stessa idea di autonomia, che è autonomia del sistema ed autonomia dei singoli Atenei, si tiene nella misura in cui il riferimento concettuale è ad un sistema nazionale pubblico.
  2. il ruolo sociale del sistema universitario, ruolo che si estrinseca in un rapporto trasparente tra la domanda sociale, il concreto funzionamento degli Atenei e la loro capacità di dare risposte sulla base di un misurabile rapporto costi-benefici, da rendere visibile attraverso una congrua valutazione del sistema e delle sue singole articolazioni (Atenei, Facoltà, Dipartimenti, progetti di ricerca, percorsi formativi). 
  3. la natura cooperativa e partecipata del sistema universitario. L'Università deve rappresentare il modello di una comunità di pari, libera da gerarchie formali e sostanziali, capace di autogovernarsi perché fondata su una salda cultura democratica della responsabilità individuale e collettiva. Una comunità che si fonda sulla libera circolazione dei saperi e su una virtuosa competizione di meriti scientifici.

Ogni provvedimento di riforma deve misurarsi con questi valori fondanti e con la natura laica e razionale dell'Università. Siamo perfettamente consapevoli della distanza che separa oggi l'Università dalla compiuta realizzazione di un modello ideale: l'Università italiana è in condizioni difficili, in parte prodotte dal contesto politico-istituzionale, in parte da una distorta applicazione dell'autonomia la cui responsabilità è da imputare al ceto accademico. E' tuttavia nostra convinzione che non vi sia riforma possibile che non muova dall'affrontare i nodi ed i valori che dovrebbero sostenerne il modello. Nei provvedimenti di Governo vediamo invece disegnarsi una prospettiva di liquidazione del ruolo pubblico ed un sistema universitario sempre più impoverito sul piano finanziario e, soprattutto, sul piano delle risorse intellettuali ed umane. Un sistema che nel giro di pochi anni compirà fino in fondo una parabola discendente che porterà ad una condizione di paralisi e di irrilevanza istituzionale.

Per queste ragioni proponiamo un programma che muove da quelli che a noi appaiono i veri nodi del sistema universitario. Chiediamo al Governo di fermare gli iter legislativi in corso, di abrogare gli art. 16 e 66 della L. 133/2008, e di aprire un confronto autentico con tutti i soggetti coinvolti ed interessati.

1) Il sistema di finanziamento

Il settore della conoscenza deve essere considerato una risorsa strategica del Paese. I finanziamenti devono essere pertanto adeguati a questo compito. La valutazione dell'utilizzo di questi finanziamenti deve essere effettuata a partire dalle ricadute sull'intero sistema Paese. Utilizzare gli Atenei per fare cassa non è l'approccio migliore ad una discussione seria sulle necessità del finanziamento e sulla qualità della spesa. Occorre partire da un dato incontrovertibile: qualunque indicatore venga assunto, il sistema italiano è largamente sottofinanziato, ed in queste condizioni ogni ragionamento credibile sulla qualità è pura poesia. Se si realizza il taglio ulteriore di un 25% in termini reali nei prossimi quattro anni, come prevede la L. 133, si entra in una condizione di bancarotta degli Atenei, anche quelli che oggi si considerano "virtuosi". Occorre invece partire da:

a) una previsione pluriennale di crescita del finanziamento che avvicini il nostro Paese alla media OCSE;

b) una rimodulazione delle regole della distribuzione del FFO che valorizzi indicatori credibili di crescita della qualità dei servizi e delle prestazioni dei singoli Atenei, e su di essi distribuisca le risorse evitando di incentivare comportamenti perversi (la caccia all'iscritto o le promozioni facili). Un finanziamento così rivisto esplicherebbe inoltre la sua piena funzione se, riconoscendo che le università possono vivere solo nel binomio inscindibile di attività di didattica e di ricerca, si osservasse che tali requisiti non vengono attualmente rispettati in tutti gli Atenei italiani, e si procedesse quindi ad un attento monitoraggio delle loro caratteristiche in maniera tale da porre rimedio a queste situazioni;

c) una rigorosa revisione delle regole di finanziamento dei fondi di progetto, insieme con l'ampliamento degli investimenti a progetto, a cominciare dai PRIN (che quest'anno calano da 160 a 98 milioni).

2) La docenza universitaria

La necessità primaria del sistema è costituita dal riavvio di un processo di immissione di giovani che vada ad equilibrare la "gobba" di uscite per pensionamento previste nei prossimi anni. E' esattamente il contrario di quanto previsto dalla L.133, che viceversa blocca sostanzialmente il turn-over. Sempre in virtù della centralità strategica dell'università l'approccio al turn-over deve essere totalmente ribaltato: a fronte dei pensionamenti il personale docente e tecnico-amministrativo di ruolo deve essere aumentato in modo da rispondere in misura adeguata agli standard europei. E' necessario programmare un'operazione di reclutamento straordinario di consistenti dimensioni, su fondi nazionali aggiuntivi, che consenta di dare una prospettiva alle competenze presenti nell'abnorme area del precariato; e al tempo stesso programmare la ripresa di un reclutamento ordinario che eviti l'andamento disomogeneo per classi di età, dovuto nel passato agli "sbottigliamenti" legati ad ondate di immissioni concentrate nel tempo. L'investimento nel reclutamento di giovani e precari può essere gestito anche attraverso meccanismi che consentano di utilizzare le risorse derivanti dai pensionamenti, e/o attraverso forme di anticipo delle competenze, da restituire man mano che i costi immediati tendano a riequilibrarsi, prendendo in considerazione preparazione e pregresse attività di coloro che possono dimostrare interesse e impegno nella ricerca e nella didattica.

Partendo dalla costatazione che ai fini istituzionali concorrono a pieno titolo gli attuali professori e ricercatori, occorre una revisione profonda delle carriere e del sistema di reclutamento, allo scopo di fornire risposte reali alla crescita scientifica e retributiva dei docenti, all'ingresso e alle prospettive dei giovani, all'enorme serbatoio di precariato prodottosi negli ultimi anni.

Va affermata la unitarietà della funzione docente; la carriera, che deve essere unica, può essere articolata in fasce, scandita da verifiche periodiche che diano luogo alla progressione stipendiale e ai passaggi di fascia, che devono realizzarsi ad esito di valutazioni della qualità scientifica e didattica del singolo docente. Va salvaguardata una quota di accessi dall'esterno, attraverso un meccanismo concorsuale, a tutte le fasce, ed abolito lo straordinariato per il passaggio da una fascia all'altra.

Per quanto attiene al reclutamento iniziale, va introdotta una figura post-doc (o attività di ricerca assimilabile), con contratto a tempo determinato triennale e retribuzione assimilata al ricercatore, con funzioni esclusive di ricerca.

Quest'approccio richiede la definizione di alcune condizioni di contesto:

a)la fissazione di un rapporto esplicito e credibile tra il numero di coloro che entrano nel percorso triennale e il numero di docenti da reclutare;

b) un'applicazione graduale, che consenta di ridurre il precariato esistente attraverso un consistente reclutamento straordinario;

c) il divieto per gli Atenei, a regime, di utilizzare strumenti diversi dal contratto triennale (atipici, co.co.co., ecc,);

d) la creazione di un meccanismo che faciliti la mobilità dei docenti fra i diversi Atenei, per esempio rendendo impossibile lo svolgimento della carriera (laurea magistrale-dottorato-postdottorato-docenza) nella stessa sede e fornendo le risorse necessarie a detta mobilità;

e) la distinzione tra il budget destinato al reclutamento e quello dedicato all'avanzamento di carriera;

f) la rivisitazione della remunerazione dei docenti per renderla più omogenea possibile a quella degli altri paesi europei.

3) Il governo dei singoli Atenei e del Sistema nazionale

E' ormai evidente come sia necessario rivisitare l'assetto del governo degli Atenei, caratterizzato da forti differenze legate ai singoli Statuti, ma comunque accomunato da alcuni punti critici: il rapporto spesso clientelare che lega i Rettori al loro elettorato, soprattutto in occasione del rinnovo del mandato; la sovrapposizione e confusione dei ruoli tra Senato e Consiglio di Amministrazione; la composizione degli organi di governo e la loro base elettiva. Noi riteniamo necessario che il mandato rettorale sia unico, e che comunque il mandato non possa essere prolungato tramite successive modifiche di statuto . Che gli Statuti regolino in modo puntuale, sulla base di un quadro normativo nazionale, le competenze degli organi, distinguendo con nettezza l'indirizzo, dal controllo, dalla gestione. Che si valorizzi il lavoro di gestione della dirigenza amministrativa e dei dipendenti tecnico-amministrativi, riconducendo la docenza alle funzioni sue proprie ed evitando di assegnare ai docenti improprie funzioni di dirigenza.

Che si prevedano forme di partecipazione effettiva degli studenti alla vita democratica degli Atenei.

È indispensabile, infine, prevedere un Organismo di coordinamento nazionale capace di assicurare l'autonomia del Sistema Universitario ed un suo sviluppo organico. Un Organismo non corporativo e non disciplinare, elettivo e rappresentativo della comunità accademica nazionale, aperto ai contributi del mondo del lavoro e delle imprese, in grado di aiutare a stabilire le priorità di sviluppo del Sistema Universitario.

4) Il diritto allo studio

L'Università dovrebbe svolgere un ruolo di promozione della mobilità sociale; questa funzione, oggi più di ieri, è un'utopia che rischia di essere ulteriormente compromessa dalla legge 133. Per garantire che questo avvenga è necessario che il sistema universitario sia effettivamente accessibile a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche e dal contesto sociale di origine, rimuovendo le barriere, formali e sostanziali, che ostacolano l'accesso e la prosecuzione degli studi.

Il sistema del numero chiuso sta progressivamente estendendosi anche all'accesso alla laurea magistrale, creando un ulteriore sbarramento intermedio; esso esclude gli studenti sulla base di un meccanismo che ha poco a che vedere con la valorizzazione dei più meritevoli, e trae spesso le sue origini dallo scarso investimento economico sulle Università, che le costringe a limitare il numero delle immatricolazioni in assenza di strutture e di personale docente adeguati. Si deve allora prevedere l'adozione di piani pluriennali di adeguamento, affiancati da un congruo e mirato investimento, che porti progressivamente alla rimozione delle barriere all'accesso. Allo stesso tempo, è necessario ragionare su un'adeguata valorizzazione del merito degli studenti, che devono essere valutati sulla base dei risultati conseguiti nel corso del loro percorso di studio. 

Il definanziamento del sistema del diritto allo studio e la sua organizzazione tarata su modelli ormai superati (la legge quadro nazionale risale al 1999 e l'ultimo DPCM che regola l'erogazione dei benefici del diritto allo studio al 2001) fanno sì che molti degli studenti idonei in base ai previsti parametri di merito e di reddito non possano di fatto beneficiare dei servizi per il diritto allo studio, e non abbiano la possibilità di scegliere quale sede e quale corso di laurea frequentare. E' necessario che gli investimenti statali siano in grado di garantire la copertura totale delle borse di studio, integrando l'offerta con il necessario investimento in mense, alloggi, agevolazioni sui trasporti.

Le differenze di condizione economica di origine portano di per sé a differenze nell'accessibilità all'offerta culturale, anch'essa componente essenziale della formazione. Perché siano garantite pari opportunità per tutti è necessario intervenire anche su quest'aspetto con agevolazioni mirate.

5) L'offerta didattica

Il giudizio sul modello 3+2, a distanza di alcuni anni dall'avvìo, è un giudizio molto articolato e differenziato tra Atenei e discipline. I dati quantitativi sembrano indicare notevoli avanzamenti sul fronte della percentuale di successo negli studi, nonché sui tempi di compimento dei percorsi di laurea. Tuttavia, vanno segnalati elementi di criticità da affrontare: a) la percentuale elevata di chi prosegue dopo il triennio indica l'insufficiente consistenza della laurea triennale, sia sul piano culturale sia su quello della preparazione professionale; b) si rileva in modo diffuso la percezione di una caduta di qualità dei percorsi: va svolta una riflessione sull'effettivo ruolo dell'Università, che sta oggi progressivamente licealizzandosi e perdendo il ruolo di elaborazione e formazione culturale; c) non è stato colto e valorizzato in modo adeguato il sistema dei crediti, tant'è che ci sono ancora forti difficoltà nel loro riconoscimento, nel passaggio tra un Ateneo e l'altro, e perfino all'interno dello stesso Ateneo.

Tali aspetti vanno a riferirsi, sia all'architettura del modello, sia all'applicazione che ne è stata fatta dagli Atenei. Né hanno giovato i reiterati interventi legislativi, che hanno parzialmente corretto alcune criticità, ma hanno per altro verso generato confusione e difficoltà applicative. Noi riteniamo che sia necessario un intervento esteso di ricognizione, di ascolto e monitoraggio sistematici: una campagna nazionale di rilevazione, da concludersi con un'iniziativa nazionale che faccia il punto, indichi i punti di sofferenza, individui percorsi di correzione condivisi, prima di procedere a qualsiasi ulteriore intervento di aggiustamento. Non è più possibile procedere alla modifica dell'offerta didattica sulla base di decreti, in cui ogni Ministro dice la sua: va dato un assetto stabile alle Università, inquadrando l'ordinamento all'interno di una legge ordinaria.

6) La valutazione

Un efficace e credibile sistema di valutazione è parte essenziale di un processo di revisione degli statuti normativi dell'Università. Valutazione della qualità del prodotto universitario, del funzionamento di ogni articolazione del sistema. Senza una valutazione che consenta di misurare meriti e difetti in modo puntuale, l'Università non sarà in grado di ristabilire una bussola condivisa e condivisibile sul proprio operato. Il precedente Governo aveva costituito l'Agenzia per la valutazione del sistema universitario e di ricerca (ANVUR), provvedimento a lungo discusso e sul quale avevamo prodotto numerose critiche, a cominciare dalla sua effettiva terzietà e dalla quantità di compiti assegnati, per finire con una certa farraginosità dell'impianto costitutivo. Nonostante i numerosi punti di dubbio e contrarietà, l'ANVUR costituiva tuttavia il primo tentativo sistemico di introdurre una valutazione continua e ricorrente. L'attuale Governo ne ha congelato la costituzione, e non è dato sapere se intende riaprire il capitolo. Noi riteniamo necessario riprendere in mano il progetto, verificarne e correggerne i punti di debolezza, e procedere operativamente alla sua costituzione. Va garantita per l'Agenzia la natura di soggetto terzo, problema che sussiste anche all'interno dello schema proposto dal Governo precedente, per evitare strumentalità e autoreferenzialità del valutatore. I risultati della valutazione devono essere correlati con l'erogazione delle risorse – in misura opportunamente crescente - da parte dello Stato. Va, infine, assicurato un effettivo coinvolgimento degli studenti nel funzionamento, attribuendo un peso reale al giudizio dei discenti e agli attuali questionari di valutazione.

7) Il dottorato di ricerca

Occorre una riforma del dottorato che riorganizzi i corsi in scuole di dottorato dotate di un progetto formativo, aperte alla dimensione internazionale della ricerca e valutate periodicamente. Le scuole potrebbero così diventare, nel territorio, agenti di dialogo fra mondo della ricerca universitaria e privata e motori di innovazione.

L'aumento delle borse di dottorato a 1040 euro rappresenta un importante passo avanti nella valorizzazione della formazione alla ricerca. Si deve però superare la figura del dottorando senza borsa, che, oltre a rappresentare una palese ingiustizia, non vede garantita la qualità del percorso formativo e di ricerca. Occorre pertanto affiancare ai dottorandi a tempo pieno e destinatari di borse di studio una figura di dottorando lavoratore, che permetta a persone inserite nel mondo del lavoro di rafforzare il proprio profilo professionale e le proprie capacità di ricerca.

Il dottorato deve essere poi valorizzato e individuato come strumento privilegiato di formazione alla ricerca in vista della carriera accademica, ma anche in relazione al mondo del lavoro, della pubblica amministrazione, delle professioni.

Deve infine essere approvata, a partire dalla Carta Europea dei Ricercatori, una carta dei dottorandi, che riconosca loro i diritti legati al loro doppio status di studenti del terzo ciclo di formazione superiore e di giovani ricercatori.

Roma, 20 ottobre 2008

AVVERTENZA: Questo messaggio ha solo fini informativi e non di lucro.


Dello stesso autore
Antonio Onorato e Franco Cerri: il nuovo album
Antonio Onorato e Franco Cerri: presentazione del nuovo CD
Una canzone per Amatrice
Larry Mitchell "Black Pearls"
Per tutti i Zarteppo Mallacore dell'usato online
Dani'
Jean-Pierre
Vado Fuori Rotta (ma solo per modo di dire)
Loggati per commentare

Tempesta
di melody [user #1994]
commento del 25/10/2008 ore 14:1
Caro Mario, seguo con interesse la discussione che stai portando avanti, ma mi riesce sempre più difficile condividere la tua posizione. Io dico sempre che quando si viene sorpresi dalla tempesta l'equipaggio, anzichè litigare sulle responsabilità, deve prima pensare a tirare la barca fuori dai guai. Mi sembra, senza entrare nello specifico delle varie posizioni, che qui si litighi molto senza prestare alcun interesse alla tempesta che si sta per abbattere sulle nostre teste. E la tempesta non è il decreto della Gelmini o altro provvedimento di riforma delle università. Comunque sia, occorre capire che il contribuente italiano è esangue, è già stato spremuto al limite. La crisi che incombe lo porterà inevitabilmente al collasso. La provvista per il finanziamento di un qualsiasi settore "pubblico" si trova, giocoforza, nei tagli ai finanziamenti di altro settore. Tutto ciò in un contesto in cui il problema "politico" di individuare a quale settore far pagare il conto della riforma delle università passa in secondo piano rispetto al problema generale che è quello di ridurre il costo della pubblica amministrazione punto! Questo aspetto non può essere ignorato. C'è poi il problema del rendimento. La realtà delle università italiane non è diversa da quella di tutte le altre pubbliche amministrazioni. Ci sono delle eccellenze ma ci sono anche gravi inefficienze. Troppo spesso l'abnegazione di molti serve per mettere una pezza, non per dare valore aggiunto. Tutte sono indispensabili, ma il servizio medio reso alla collettività (nel nostro caso dalle università agli studenti), non è all'altezza. Nemmeno tenendo conto della carestia di risorse. Il documento che segnali alla nostra attenzione purtroppo conferma ciò che penso: la superficialità dell'elaborato è mortificante e vi sono sgrammaticature che il mio insegnate delle elementari usava sottolineare con un disegnino del teschio e ossa incrociate! C
Rispondi
Re: Tempesta
di Mario Monteleone [user #10]
commento del 25/10/2008 ore 16:4
Ciao. Ovviamente, posso essere d'accordo sull'impianto teorico del tuo discorso, non su quello pratico. E' vero, il problema dei costi dell'amministrazione pubblica va risolto. Nel tuo ragionamento, tuttavia, vedo alcuni seri errori di impostazione: 1 - all'interno dei costi della pubblica amministrazione, ci sono anche (direi soprattutto), quelli della politica (stipendi esorbitanti ai parlamentari, finanziamenti pubblici ai partiti, costi delle consultazioni politiche o anche referendarie di ogni genere, e così via). E' davvero immorale che di questi tempi un parlamentare guadagni circa quindicimila euro al mese, per non parlare poi degli stipendi delle varie cariche politiche. E' immorale che un giovane 39enne, dopo essere stato parlamentare per soli sei anni, abbia accumulato contributi tali da garantirgli una pensione di 6000 euro al mese. Perciò, sono questi i costi dell'amministrazione pubblica da tagliare, prima di tutto. 2 - L'università viene da quindici anni di tagli ai finanziamenti pubblici. I vari governi che si sono succeduti, hanno impostato le cosiddette "riforme" solo sul concetto di risparmio, non su quello del rinnovamento strutturale e/o funzionale. Io credo che, volendo, in quindici anni ci sarebbe stata la possibilità di riformare globalmente un settore importante come quello delle università rendendolo più efficiente sia finanziariamente che culturalmente. Invece questo non è successo, per manifesta incapacità politica - di tutti, ovviamente - e per varie connivenze trasversali. Ora che siamo alla frutta, mi sconvolge che persone intelligenti ed attente si facciano testimoni del "lavaggio del cervello" mediatico portato avanti dai nostri attuali governanti (tv, giornali, ed altro). Per quello che riguarda l'università, la verità è altrove: all'università viene fatta pagare la crisi dell'Alitalia, viene fatto pagare il propagandistico taglio dell'ICI, è stata fatta pagare la "rivolta dei camionisti" degli inizi del 2008. Questa è la consuetudine, non una eccezione. Perciò, per favore, prima di "darci addosso" anche tu, documentati; 3 - la ministra Gelmini - che ha poco spessore sotto tutti i punti di vista, come lascia vedere il suo tentativo di mostrarsi autoritaria - dice che in Italia per le università si spende male. Davanti ad una simile affermazione, io rispondo: rimpiango la Moratti (ed è tutto dire, da parte mia), perché la Moratti, almeno lei, un tentativo di riforma strutturale concreta (magari confusa e barcollante) aveva provato a farlo. In un consiglio dei ministri di dicembre 2004, la Moratti e l'allora ministro delle finanze Siniscalco (e queste sono cose che so per certo) minacciarono le dimissioni dal governo se fosse stato reintrodotto nelle università il blocco delle assunzioni, e se non fossero stati eliminati dalla finanziaria del 2005 tutta una serie di tagli ai finanziamenti per il Ministero dell'istruzione e della Ricerca Scientifica. Infine, è stato solo grazie alla signora Moratti se gli stipendi dei ricercatori universitari sono oggi leggermente più alti del 2004, ma comunque ampiamente al di sotto della media europea, non solo quantitativamente, ma anche e soprattutto in base agli indici comparati del costo della vita. Lo stipendio di un ricercatore italiano, ad esempio, vale un quarto in meno di quello di un ricercatore tedesco, ed un terzo in meno di quello di un ricercatore francese. Perciò, quando la Gelmini, o quando Mario Giordano de "Il Giornale" dicono che in Italia si spende male per le università, fanno pura demagogia. Infatti, l'università oggi è già allo sfascio perché viene sottofinanziata e maltrattata da oltre quindici anni. Inoltre, quando qualcuno - come te in questa occasione - dice che le università offrono un servizio comunque inferiore rispetto ai finanziamenti erogati, mi viene una riflessione. Immaginiamo per assurdo che sia così (ma di fatto non è così): come si pensa di risolvere questo problema, togliendo altri soldi? E le riforme strutturali quando le facciamo? Mai le faremo. E vuoi sapere perché? Perché le riforme - quelle vere, quelle fatte per bene - costano soldi, e anche tanti. Soldi che nessuno ci vuole dare. Perciò, ti auguro di spostarti, avere dei figli, provare a mandarli all'università, e scoprire, alla fine, che mandarli al CEPU costa di meno (perché è questo lo scopo di tutta questa macchinazione sui tagli: favorire l'istruzione privata che rispetto a quella pubblica è più facilmente controllabile e manipolabile). Se poi il CEPU non dà una preparazione seria, non fa nulla: il CEPU non è mica una università. Aggiungo un'ultima cosa: nei vari commenti che ho letto fino ad oggi su questa vicenda, anche in risposta a mie sollecitazioni, spesso ho trovato punti di vista vuoti, privi di contenuto, come lo sono gli slogan. Anche nel tuo commento precedente c'è questa caratteristica; non prendertela se te lo scrivo, perché non è colpa tua. In realtà, la demagogia che oggi viene prodotta, più o meno esplicitamente, in tutti i settori mass-mediatici in Italia, ha lavato il cervello a tantissime persone. Questo però non è sorprendente, ma va comunque denunciato. E va denunciato, caro Melody, anche un altro fatto: a tante persone - te incluso - sfugge il progetto completo che si sta attuando. Gli stessi tagli avvengono agli Ospedali, agli Enti Locali e Pubblici (Comuni, Province, Regioni), insomma a tutto il settore del pubblico impiego. Nel Governo Berlusconi terminato nel 2006, molti soldi risparmiati con i tagli andarono ad istituti privati (quello di Pera, e quello di Zichichi), ed altri andarono a Tele Padania. Mi astengo da ogni commento, però ti consiglio vivamente di guardare al disegno complessivo prima di "darci addosso" come fanno tanti altri. Ti faccio poi una richiesta precisa. Tu scrivi: "La realtà delle università italiane non è diversa da quella di tutte le altre pubbliche amministrazioni. Ci sono delle eccellenze ma ci sono anche gravi inefficienze. Troppo spesso l'abnegazione di molti serve per mettere una pezza, non per dare valore aggiunto. Tutte sono indispensabili, ma il servizio medio reso alla collettività (nel nostro caso dalle università agli studenti), non è all'altezza. Nemmeno tenendo conto della carestia di risorse." Io ti rispondo: voglio i dati numerici a supporto di ciò che dici, e voglio conoscere le fonti da cui li prendi, e se le fonti non saranno equidistanti dal problema, i tuoi numeri saranno nulli. Non c'è neppure bisogno di scommetterci sopra, perché è già così in partenza. Il mio punto di vista, invece, è sicuramente più pregnante del tuo, perché io mangio "pane e università", vedo le difficoltà dei miei studenti a fare qualsiasi cosa, e mi rendo conto che se fossimo finanziati meglio, potremmo offrire strutture in cui studiare, più personale per il tutoraggio, più laboratori e tecnici per l'assistenza nei laboratori, più personale amministrativo per lasciare aperte le strutture anche di notte. Potremmo offrire maggiori corsi di approfondimento su tutto. Ma così non è, perché mancano i soldi, e qualcuno viene pure a dire che spendiamo male. I numeri veri li ha dati "Il Sole 24 ore" in un articolo recente, puramente tecnico, e senza demagogia . Se hai la pazienza di trovare ed andare a recuperare l'articolo, scoprirai come stanno le cose. Concludo con un pensiero politico: la situazione attuale delle università è frutto di tanti errori politici del passato. Gli stessi politici che hanno ridotto le università in questo stato, ora dicono che le università non meritano attenzione. Di fatto, è come aver sparato a qualcuno ed incolparlo persino del fatto che sta morendo. Ed è ingiusto che per questo "omicidio" paghino tutte le generazioni future, mentre quelle che - come te, magari - hanno usufruito nel bene e nel male di un sistema che li ha comunque aiutati a darsi uno spirito critico, dicano che è giusto negare l'istruzione pubblica ai propri simili. Scusami se sono così drastico, ma se tu decidessi di rispondere a questo mio commento, per favore non fare demagogia, non sbandierare slogan, ma porta fatti concreti, numeri, e dati incontrovertibili. Altrimenti mi priverai del piacere di poterti rispondere.
Rispondi
Re: Tempesta
di melody [user #1994]
commento del 29/10/2008 ore 19:2
Caro Mario, prima di tutto scusa il ritardo nella risposta, ma sono stati giorni di fuoco al lavoro. Cercherò di essere sintetico. Quello che tu consideri "l'impianto teorico" del mio discorso (troppa grazia, magari ve ne fosse uno!) purtroppo è una realtà di fatto: stiamo andando verso una crisi tremenda, la riduzione dei costi, di tutti i costi, è una priorità. Quanto alle tue osservazioni. 1) Anche io vorrei che i nostri governanti vivessero di olive e filosofia e per primi dessero l'esempio. Ovviamente aiuterebbe anche dal punto di vista contabile se così fosse. Temo, però, non in maniera risolutiva. Comunque sia, come dicevo prima, è tutta la pubblica amministrazione che deve fare un passo indietro. 2) Qui sono d'accordo solo in parte. Il livello dell'insegnamento e dell'organizzazione interna delle università non è cosa che, secondo me, debba essere decisa dalla politica o riformata "per decreto". Deve essere competenza delle università stesse. L'utilità del finanziamento pubblico delle università è argomento che non può discutersi con argomenti da contabile come vorrebbe fare il Sole24ore (a proposito, l'articolo l'avevo già letto!). La ricerca non può essere vista come un valore assoluto, deve essere rapportata al sistema economico circostante. I connotati della economia italiana sono abbastanza ben definiti: se alcuni cervelli non hanno futuro in Italia è perché la specializzazione che hanno scelto non ha sbocchi nella nostra realtà economica. Una mia carissima amica (italiana) lavora nel pool che ha clonato le prime pecore. Vive e lavora felice a NY da anni e senza rancori. Dove è scritto che tutti i paesi debbano saper clonare le pecore? Sulla seconda parte del punto, sono d'accordo su molto di quello che dici, ma non condivido le conclusioni. Non può essere sempre e solo "più colpa" degli altri! E non capisco cosa voglia dire invitandomi a documentarmi. Quanto all'Alitalia, magari fosse fallita! 3) Qui fai un gran calderone di allusioni, mezze verità e dietrologia. Quella del "grande disegno" volto a penalizzare il pubblico per favorire il privato è una balla. Ci sono state e sempre ci saranno (ti posso assicurare, indipendentemente dalla maglia del governo) becere ruberie e favoritismi di bassa lega. Ma un disegno? Pensi che siano in grado di progettare qualcosa di così sofisticato? Sul merito, ribalto la questione, se l'aspetto finanziario è così decisivo, perché la qualità dell'insegnamento (non delle strutture) nelle università private non è significativamente migliore (ammesso che lo sia in qualche misura) di quello delle pubbliche? Ora, prima di venire a quella che sembra essere la questione che più ti sta a cuore, ti chiedo: come fai a sapere quanto (poco o tanto) sono documentato? Per pura curiosità, si intende! Eccoci dunque. Il mio pensiero, che riporti virgolettato era (ed è) "La realtà delle università italiane non è diversa da quella di tutte le altre pubbliche amministrazioni. Ci sono delle eccellenze ma ci sono anche gravi inefficienze. Troppo spesso l'abnegazione di molti serve per mettere una pezza, non per dare valore aggiunto. Tutte sono indispensabili, ma il servizio medio reso alla collettività (nel nostro caso dalle università agli studenti), non è all'altezza. Nemmeno tenendo conto della carestia di risorse." Immagino che sia la seconda parte che ti crei prurito. Chiedi numeri, ma non so a quali numeri tu ti riferisca. Le fonti non ho difficoltà a darle. Mi sono laureato in legge nella statale di Milano. Ho amici che hanno fatto altrettanto nelle principali università della città: architettura, medicina, ingegneria, ecc. Molti di questi hanno fatto la cosiddetta "carriera universitaria". Sono, dunque, a tutti gli effetti, tuoi colleghi. Con loro mi confronto quotidianamente e spesso ci lavoro anche. La mia esperienza non è stata positiva. Ma forse sono una sfortunata eccezione. Carlo
Rispondi
Ti ho fatto un favore
di Mario Monteleone [user #10]
commento del 25/10/2008 ore 23:4
Ti ho fatto un favore. O forse no. Dipende. Ho trovato l'articolo de "Il Sole 24 ore" in cui si dà uno spaccato oggettivo ed altamente affidabile sulla ricerca e le università italiane. Lo trovi qui: vai al link :-) Adesso mi aspetto che qualcuno mi dica: "Ma il Sole 24 ore è un giornale comunista!!!".
Rispondi
da neo laureto
di cavallid [user #11884]
commento del 27/10/2008 ore 10:4
Ciao , mi chiamo Davide, sono sato picevolmente colpito dal vedere questo tema trattato con tanta serietà su un sito come questo, quinid grazie. Vorrei esprimere una rapidissima opinione: sono laureato in scienze della comunicazione (ne ho fatto qualche in italia ma poi mi sono trasferito all'estero perchè ho trovato una faocltà migliore), dopo la luarea ho fatto un anno di ricerca, percorso che poi ho abbandonato per iniziare a lavorare, dato che avevo deciso di metter su famiglia. Non prendermi per classista o aristocratico (che proprio no nsono, arrivo giusto giusto alla fine del mese!!) ma penso proprio che la riqualificazione dell'università debba necessariamente passare per il suo "snellimento" e per la sua riforma in termini strutturali e anche di assetto giuridico. Credo che il discorso che la Gelmini fa sul trasfromare le scuole in fondazioni sia molto intelligente e rispettoso della società. una fondazione può scegliere i docenti che ritiene migliori, può premiar il meirto come crede, può stabilire rapporti e relazioni con l'ambiente che la circonda, insomma può dare un servizio migliore. - (il tutto in un quadro normativo serio , chiaramente) credo che tagliare sia indispensabile, almeno per una prima fase. Chiaro, se ci fossero tanti soldi sarebbe bello aumentare l'investimento ma non servirebbe neanche a tanto perchè è proprio l'impianto strutturale dell'università italiana che non regge più e che negli ultimi anni è andato alla deriva. Tu che conosci bene l'ambito universitario dovresti vedere con i tuoi occhi le miriadi di corsi inutili che si sono sviluppati negli ultimi anni (un macroesemopio è prorpio scienze della comunicazione ed i suoi annessi e connessi..), dovresti vedere bene che non si possono "assumere" centinaia di ricercatori quando non li si può mettere nelle condizioni di lavorare, crescere e guadagnare come meritano (e questa è esperienza personale)...in questo contesto aggiungere soldi - scusa - ma è come buttarli via. la Gelmini non ha scoperto l'acqua calda però ha avuto il coraggio di mettere mano seriamente su un sitema che non funziona e che ci penalizza tutti (ormai in italia essere laureato non è che abbia questo gran valore) e lo dico da persona di centro sinistra... sto proprio capendo che sulla questione scuola- università la sinistra sta ingessando il paese da molti anni... Buon lavoro Davide
Rispondi
Loggati per commentare

Re: da neo laureto
di Mario Monteleone [user #10]
commento del 27/10/2008 ore 11:4
Ciao, e grazie per il tuo intervento, di cui apprezzo innanzitutto il tono :-) molto pacato e dialogico. Tu hai centrato un punto importante: la struttura delle università viene prima del suo assetto economico, o meglio le due cose vanno di pari passo. Non si può modificare l'assetto economico se prima non si modifica la struttura delle università. Però, sull'aspetto delle fondazioni e dell'intervento dei privati, credo che non sia una soluzione praticabile, per due motivi: 1 - non tutte le zone d'Italia hanno tanti imprenditori privati disposti ad investire in Fondazioni Universitarie. Aggiungo che alcuni privati, quei pochi che ci sono, sicuramente preferirebbero investire in settori scientifici, e non in quelli umanistici. Questi due limiti comporterebbero che in certe zone d'Italia, soprattutto al sud, avresti poche Fondazioni Universitarie, e tutte di taglio tecnico-scientifico, con i relativi problemi che puoi ben immaginare; 2 - hai ragione sulla miriade di corsi che si sono sviluppati. Questo però è stato in via indiretta imposto dal sistema dei crediti/debiti formativi, e da altre direttive ministeriali che si sono succedute nel corso degli anni, a volte anche in modo contraddittorio. Aggiungo che la Gelmini questo problema non ha ancora cercato di risolverlo, perché necessiterebbe di una riforma costosissima e lunga, della quale bisogna valutare bene la portata e i costi. Tagliare solamente, comunque, non serve. E per adesso ci sono solo i tagli. Il resto, ovvero la riforma strutturale, se avverrà, sarà nei prossimi anni. E nel frattempo, migliaia di persone, di cui soprattutto studenti, avranno molte più difficoltà a studiare di quante ne hai avute tu :-). Grazie ancora per il contributo.
Rispondi
Seguici anche su:
Cerca Utente
Scrivono i lettori
Una semi-acustica home made: l’evoluzione di una chitarra unica
Never Ending Pedalboard (e relative sfumature made in Italy)
Gretsch G5220: gran muletto per i più esperti
Mini Humbucker FG Mini-H SP-1
Fattoria Mendoza Hi-Crunch: il fratello arrabbiato dell'M
Harley Benton Tube5 combo: sei bella quando strilli
Parliamo di analogico!
Sistemi digitali per cinquantenni soddisfatti
Impressioni a freddo sul Neural DSP Quad Cortex
Acquistare strumenti musicali in Gran Bretagna: come funziona il dazio...
Basi o Altezze?
M-Vave: profiling per tutti
Vintage V132: Les Paul style con un rapporto qualità-prezzo sbalordit...
Wiring Nashville su un kit Telecaster

Licenza Creative Commons - Privacy - Accordo.it Srl - P.IVA 04265970964