Artù negli ultimi giorni aveva smesso di mangiare e lunedì aveva smesso anche di fare pipì.
Ieri mattina sono uscito di casa per andare in ufficio e mi sono sentito un coglione a lasciarlo solo, con la possibilità che morisse da solo.
Quel cane che aveva già sofferto per l'abbandono non doveva morire da solo.
E allora a mezzogiorno ho ripreso il treno e me ne sono tornato a casa.
Non riesco a immaginare il male che aveva dentro e lui ha scodinzolato quando mi ha visto.
Lo abbiamo tenuto in braccio per ore, lui con la sua stanchezza.
E poi lo abbiamo portato dal veterinario e lo abbiamo addormentato sussurrandogli che era bravo e che magari un giorno ci saremmo rivisti.
Poi la tristezza di rientrare a casa dove c'è ancora tutta la sua roba. E Maria Pia che continua a piangere.
La stranezza di muoversi stando attenti a non calpestarlo, o stamattina l'istinto di cercarlo in sala che ti aspetta per uscire.
Ci manca tanto quel peloso nero.
Adesso le giornate e le serate sono tutte da riorganizzare.
Mi sembra strano pensare di andare al ristorante e non chiedere se può entrare anche il cane.
Gli ho dedicato due anni e otto mesi di uscite tre volte al giorno, e quattro piani di scale perché aveva paura dell'ascensore.
E la sera quando viene il buio non è mai stato solo, nemmeno una volta, glielo avevo promesso quando l'ho portato a casa dal canile.
Era il 20 maggio 2004, giovedì, me lo ricordo come se fosse ieri.
Lui mi ha fatto capire quanto è importante la famiglia e che si può fare tutto, basta volerlo.
Mi ha fatto uscire da una depressione che non aveva limiti e mi ha dato quella autostima che non avevo mai avuto in trenta anni.
Noi gli abbiamo dato 3 anni di vita, lui ce ne ha dati 30.
Cazzo mi sento come se mi avessero tolto un polmone.