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Per tornare a casa la strada è lunga. La strada è lunga e di tempo per pensare ce n'è sempre tanto. Ieri, in mezzo a mille pensieri mi sono venute in mente due persone che ho incontrato tanti anni fa e di cui mi ero completamente dimenticato.Il primo si chiamava e, se non l'hanno accoltellato prima, si chiama ancora F. F non era il suo nome, non credo che nessuno si desse la pena di ricordare il suo nome: come i generali nell'esercito, aveva solo un cognome. Ed era un cognome che faceva tremare.
F era un ragazzone altro alto e con due braccia che sembravano badili. Si speculava a lungo sulla sua età, noi ragazzi di seconda media. Non era improbabile che si avvicinasse a grandi passi verso l'età per la galera.
F aveva una faccia da scemo che, se non ti avesse messo una paura incredibile, ti avrebbe fatto venire voglia di prenderlo a schiaffi. I suoi occhi ebeti covavano una furia cieca, senza appello. La bocca, sempre socchiusa, era contornata da una peluria rada e morta. Sulle guance gli pendevano le basette rade, ancora in aria di pubertà.
F non parlava mai. Lui menava.
Per noi era una specie di zingaro, di nomade che cambiava scuola ogni anno, ogni volta che veniva bocciato (allora si diceva "potato"). Ma non sembrava importargli: lui era come quegli uomini misteriosi delle ballate, che arrivano, prendono quello che vogliono, rapiscono la moglie del falegname e scompaiono. Non aveva alcuna profondità psicologica moderna: lui faceva quello che faceva, e basta. Come gli eroi di Omero.
L'unico suo vezzo era una fila interminabile di orecchini (otto nel sinistro e quattro nel destro). Ma parevano più un trofeo o un marchio. Non sembravano aver alcuno spirito estetico. Tutto di F era truce.A latere, cito altre due figure maschili che fanno parte del mio immaginario, anche se con questi non ho mai avuto a che fare direttamente.Il primo era Musta, detto Musta il malvagio. Dai brevi racconti, dalle frasi smozzicate che rimangono nella memoria, ecco quel che ne emerge: Musta non era italiano, Musta aveva pieno possesso del territorio e conosceva molte persone, i ragazzi che lo guardavano con tanto d'occhi e ne ascoltavano i discorsi al bar e quella selva di manovali, disoccupati, ubriaconi ed emarginati che sembrano vivere al bar.
Musta sapeva farsi rispettare. Raccontava con disprezzo di un film visto in televisione la sera prima: il disprezzo era rivolto alla morte di un personaggio, una morte strascicata, ricca di parole e commozione. No, quando uno muore fa "ahrgh!" e cade giù.
Musta sembrava avere un senso dell'umorismo, un po' sarcastico, caustico. "Hey, dammi una cassa di birra!" - "Hai ospiti questa sera, Musta?" - "No, ho tua madre a casa."Musta era un personaggio tipico dei racconti di alcuni amici. I loro racconti avevano per ero un secondo personaggio: il Piranha. Detto Piras.
Il Piras aveva quasi quarant'anni, non era mai stato sposato e si pagava l'affitto insegnando ping pong.
Il Piras aveva un piccolo club informale con due altri iscritti regolari e qualche comparsa che poi svaniva dopo poco. Il club era una specie di ritrovo dei don Giovanni: il loro maggior divertimento consisteva nell'aggiornarsi mensilmente sulle reciproche conquiste e nello stilare una classifica generale alla fine dell'anno. In molti provavano ad entrare in questo club, ma nessuno restava a lungo: vuoi per quel senso di umanità che alberga in molti di noi, vuoi per palese incapacità a competere (i numeri erano davvero alti, a quanto pare!).
Le regole del club:
- L'importante è il numero: se vai con la stessa due volte non conta.
- L'importante è darlo: se vai con un uomo, va bene, ma non puoi essere passivo.
- L'importante è concludere: non è importante fare tutto, l'importante è fare qualcosa.
I punti:
- Ogni essere conquistato veniva annotato in un libricino, con un voto per la bellezza e un numero che indicava il tipo di prestazione (c'erano 1, 2, 3 e 3a: non posso spiegare nel dettaglio...).
Persino una mia conoscente è finita nella rete del Piranha, chge aveva mentito sull'età (vezzosamente calandosi il numero di anni) e sulla professione (insegnante di filosofia).
Ora, si potrebbe dire un sacco di cose, ma il punto è che lui l'aveva fatta sentire bene, importante, unica. E lei era anche grata...Il secondo ricordo che mi è sovvenuto ieri sera è quello di S.
Ero appena arrivato alle elementari, fresco di asilo. S era all'ultimo anno.
Ora come ora non so cosa mi ha attirato in lei, ripensandoci direi che era pure molto antipatica e non particolarmente graziosa.
Diciamo che grazie a lei mi sono tolto l'illusione che il mondo fosse un dolcetto da sgranocchiare, frutto di un'infanzia assai felice, e che la gente fosse tutta simpatica, altra idea maturata in sei anni di coccole e di amici sinceri.
L'unico ricordo che ho di lei è il seguente: qualcuno mi aveva regalato una scatola di caramelle di liquerizia. Per me erano una prelibatezza rara, non avendole mai assaggiate prima. Sfortunatamente, la bellissima scatola di Zorro che le conteneva si stava rovinando, così decisi di metterle nella prima scatola pulita che sono riuscito a recuperare.
Con grande galanteria, ho deciso di portarle con me a scuola e di offrirne all'oggetto dei miei desideri. Con grande garbo, lei mi squadra con una faccia da Anthony Perkins e sbotta, con tono gutturale, in un "proprio nella scatola dei cotton fioc dovevi metterle?"
Credo che da allora il mondo non abbia più luccicato della stessa luce per me.---Brano del giorno: In My Life
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Per tornare a casa la strada è lunga. La strada è lunga e di tempo per pensare ce n'è sempre tanto. Ieri, in mezzo a mille pensieri mi sono venute in mente due persone che ho incontrato tanti anni fa e di cui mi ero completamente dimenticato. Il primo si chiamava e, se non l'hanno accoltellato prima, si chiama ancora F. F non era il suo nome, non credo che nessuno si desse la pena di ricordare il suo nome: come i generali nell'esercito, aveva solo un cognome. Ed era un cognome che faceva tremare.
F era un ragazzone altro alto e con due braccia che sembravano badili. Si speculava a lungo sulla sua età, noi ragazzi di seconda media. Non era improbabile che si avvicinasse a grandi passi verso l'età per la galera.
F aveva una faccia da scemo che, se non ti avesse messo una paura incredibile, ti avrebbe fatto venire voglia di prenderlo a schiaffi. I suoi occhi ebeti covavano una furia cieca, senza appello. La bocca, sempre socchiusa, era contornata da una peluria rada e morta. Sulle guance gli pendevano le basette rade, ancora in aria di pubertà.
F non parlava mai. Lui menava.
Per noi era una specie di zingaro, di nomade che cambiava scuola ogni anno, ogni volta che veniva bocciato (allora si diceva "potato"). Ma non sembrava importargli: lui era come quegli uomini misteriosi delle ballate, che arrivano, prendono quello che vogliono, rapiscono la moglie del falegname e scompaiono. Non aveva alcuna profondità psicologica moderna: lui faceva quello che faceva, e basta. Come gli eroi di Omero.
L'unico suo vezzo era una fila interminabile di orecchini (otto nel sinistro e quattro nel destro). Ma parevano più un trofeo o un marchio. Non sembravano aver alcuno spirito estetico. Tutto di F era truce. A latere, cito altre due figure maschili che fanno parte del mio immaginario, anche se con questi non ho mai avuto a che fare direttamente. Il primo era Musta, detto Musta il malvagio. Dai brevi racconti, dalle frasi smozzicate che rimangono nella memoria, ecco quel che ne emerge: Musta non era italiano, Musta aveva pieno possesso del territorio e conosceva molte persone, i ragazzi che lo guardavano con tanto d'occhi e ne ascoltavano i discorsi al bar e quella selva di manovali, disoccupati, ubriaconi ed emarginati che sembrano vivere al bar.
Musta sapeva farsi rispettare. Raccontava con disprezzo di un film visto in televisione la sera prima: il disprezzo era rivolto alla morte di un personaggio, una morte strascicata, ricca di parole e commozione. No, quando uno muore fa "ahrgh!" e cade giù.
Musta sembrava avere un senso dell'umorismo, un po' sarcastico, caustico. "Hey, dammi una cassa di birra!" - "Hai ospiti questa sera, Musta?" - "No, ho tua madre a casa." Musta era un personaggio tipico dei racconti di alcuni amici. I loro racconti avevano per ero un secondo personaggio: il Piranha. Detto Piras.
Il Piras aveva quasi quarant'anni, non era mai stato sposato e si pagava l'affitto insegnando ping pong.
Il Piras aveva un piccolo club informale con due altri iscritti regolari e qualche comparsa che poi svaniva dopo poco. Il club era una specie di ritrovo dei don Giovanni: il loro maggior divertimento consisteva nell'aggiornarsi mensilmente sulle reciproche conquiste e nello stilare una classifica generale alla fine dell'anno. In molti provavano ad entrare in questo club, ma nessuno restava a lungo: vuoi per quel senso di umanità che alberga in molti di noi, vuoi per palese incapacità a competere (i numeri erano davvero alti, a quanto pare!).
Le regole del club:
- L'importante è il numero: se vai con la stessa due volte non conta.
- L'importante è darlo: se vai con un uomo, va bene, ma non puoi essere passivo.
- L'importante è concludere: non è importante fare tutto, l'importante è fare qualcosa.
I punti:
- Ogni essere conquistato veniva annotato in un libricino, con un voto per la bellezza e un numero che indicava il tipo di prestazione (c'erano 1, 2, 3 e 3a: non posso spiegare nel dettaglio...).
Persino una mia conoscente è finita nella rete del Piranha, chge aveva mentito sull'età (vezzosamente calandosi il numero di anni) e sulla professione (insegnante di filosofia).
Ora, si potrebbe dire un sacco di cose, ma il punto è che lui l'aveva fatta sentire bene, importante, unica. E lei era anche grata... Il secondo ricordo che mi è sovvenuto ieri sera è quello di S.
Ero appena arrivato alle elementari, fresco di asilo. S era all'ultimo anno.
Ora come ora non so cosa mi ha attirato in lei, ripensandoci direi che era pure molto antipatica e non particolarmente graziosa.
Diciamo che grazie a lei mi sono tolto l'illusione che il mondo fosse un dolcetto da sgranocchiare, frutto di un'infanzia assai felice, e che la gente fosse tutta simpatica, altra idea maturata in sei anni di coccole e di amici sinceri.
L'unico ricordo che ho di lei è il seguente: qualcuno mi aveva regalato una scatola di caramelle di liquerizia. Per me erano una prelibatezza rara, non avendole mai assaggiate prima. Sfortunatamente, la bellissima scatola di Zorro che le conteneva si stava rovinando, così decisi di metterle nella prima scatola pulita che sono riuscito a recuperare.
Con grande galanteria, ho deciso di portarle con me a scuola e di offrirne all'oggetto dei miei desideri. Con grande garbo, lei mi squadra con una faccia da Anthony Perkins e sbotta, con tono gutturale, in un "proprio nella scatola dei cotton fioc dovevi metterle?"
Credo che da allora il mondo non abbia più luccicato della stessa luce per me. --- Brano del giorno: In My Life |
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