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| I racconti del vecchio - part one
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di doando [user #220] - pubblicato il 21 ottobre 2006 ore 18:47
Era un bel periodo, forse il più bello, tanto per citare Lauro.
A parte la musica non stavo facendo niente di buono. Non andavo più a scuola perché il preside, prima degli esami di terza media, mi mandò a casa dicendo che tanto non sarei mai arrivato a nulla, e che invece che la scuola avevo solo la musica in testa (In questo aveva anche ragione).Non stavo lavorando. Avevo già fatto il panettiere per un giorno, il giardiniere per un paio di mesi e l’elettricista per un pò, poi niente. Due anni prima avevo cominciato a strimpellare il basso nel gruppo di mio fratello e avevamo fatto anche alcuni concerti.Era il giorno del mio quindicesimo onomastico, il 30 novembre del 1967, quando arrivò a casa un amico chitarrista accompagnato da un tizio.
Questo tagliò corto dicendo che aveva sentito dire che ero bravo al basso e che mi voleva nel suo gruppo.
Questo gruppo aveva un contratto con un locale di Merano, a 30 km da casa, per suonare per tre mesi, tutte le sere, dalle 21,00 alle 04,00, cioè sette ore al giorno, più 3 ore la domenica pomeriggio.
Alla fine disse:”si comincia domani, primo dicembre, ci stai?”
Dopo un primo sgomento risposi che non ero all’altezza, non possedevo uno strumento mio e nemmeno l’ampli. E poi mia madre non mi lascerebbe mai andare a suonare in una specie di night.
“Beh, non c’è problema, sono sicuro che suoni bene, il basso te lo presto io, l’ampli lo compriamo domani e adesso vai a chiedere a tua madre”.
Ero ormai alle strette, ero molto timoroso, ma sicuro della risposta negativa andai da mia madre.
Lei che era sempre stata premurosa con i suoi otto figli era un po’ delusa di avere una pecorella nera (cioè io) che non rientrava nei ranghi come gli altri. Quindi avevo ben poche speranze.
Invece fece un paio di ragionamenti e mi rispose: “a scuola non ci vai, lavorare non lavori, allora vai, ma fai il bravo!”Per me è stato un colpo. Da quel momento la mia vita sarebbe cambiata radicalmente. Fino a quel giorno non uscivo di casa dopo le dieci di sera, andavo raramente al cinema, qualche partita di hockey e basta.
Non c’era neanche il tempo per pensare che partimmo verso la casa di Mario. Nel salotto c’era tutta la strumentazione pronta per fare delle prove. Abbiamo provato una ventina di pezzi e in più ce n’erano altri cinque di riserva.
Al mattino dopo puntualmente alle otto ci presentammo al negozio di strumenti per comprare l’ampli. Era marchiato “Sound”, testata e cassa da 2x12”, penso da 80 Watt.Il mezzo di trasporto era la mitica 600 Multipla, già carica di tutta la strumentazione, perfino sul tetto.
Arrivati sul posto abbiamo ripassato il repertorio e alle nove di sera cominciò l’avventura.
Solo allora mi resi conto della strumentazione: la batteria era una Meazzi da quattro soldi, ma nel mezzo del palchetto splendevano due Super Reverb del ’66. Un chitarrista aveva una Strato del ’64 e l’altro suonava una Jaguar dell’epoca. Il basso prestatomi era un Eko semiacustico a scala corta e con un manico stretto. I microfoni erano rigorosamente Shure e l’impianto era un combinato MB con due casse contenenti una quantità di altoparlanti da 6” full-range.
Ovviamente la prima sera è stata molto faticosa, ero stato sveglio per 22 ore ma il peggio doveva ancora venire.
Praticamente si suonava ininterrottamente per sette ore ad eccezione di una pausa di dieci minuti verso le due, quando il boss ci dava dei panini imbottiti (sembrava più chewing-gum che pane).
Dopo poche settimane eravamo talmente stanchi (qualcuno dormiva in piedi perché era vietato sedersi) che senza un piccolo, innocuo aiuto “chimico” non saremmo arrivati alla fine.
Si andava a letto alle 5-6 di mattina e di giorno si dormiva fino alle quattro di pomeriggio.
In compenso il compenso (!!) non era male: guadagnavo il doppio dei miei fratelli più vecchi ma i soldi non bastavano mai e poi, finito di pagare l’ampli e il basso, non mi rimase che qualche spicciolo.I miei compagni di gruppo erano tutti più vecchi di me, 18, 20 e 23 anni, per cui mi prendevano i giro, anche per mio italiano molto stentato e per la pronuncia (avevo la erre moscia). Ben presto però cominciavano a rispettarmi perché musicalmente ero il più “veloce” a imparare i pezzi e la memoria era ancora a posto.
Musicalmente ero maturato molto e uno degli assoli per basso più impegnativi del periodo, “My Generation” degli Who, lo imparai in un’ora scarsa.Cominciarono anche le prime avventure con le ragazzine. Nonostante la mia timidezza era piuttosto facile “abbordare” perché in quel periodo se suonavi uno strumento la gente ti metteva su un piedistallo, eri qualcuno.
Finiti questi tre mesi il gruppo si sciolse (non potevamo più vederci) e due elementi non li ho più rivisti da allora.L'unico piccolo rammarico che ho è la rinuncia a qualcosa di importante, ma a 15 anni Milano era troppo distante e troppo grande, anche se mi sarebbe piaciuto fare il turnista. Chissà, forse non sarei qui a scrivere queste righe.Negli anni seguenti sono riuscito a suonare in una quantità di gruppi ma questa è un’altra storia.
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Era un bel periodo, forse il più bello, tanto per citare Lauro.
A parte la musica non stavo facendo niente di buono. Non andavo più a scuola perché il preside, prima degli esami di terza media, mi mandò a casa dicendo che tanto non sarei mai arrivato a nulla, e che invece che la scuola avevo solo la musica in testa (In questo aveva anche ragione). Non stavo lavorando. Avevo già fatto il panettiere per un giorno, il giardiniere per un paio di mesi e l’elettricista per un pò, poi niente. Due anni prima avevo cominciato a strimpellare il basso nel gruppo di mio fratello e avevamo fatto anche alcuni concerti. Era il giorno del mio quindicesimo onomastico, il 30 novembre del 1967, quando arrivò a casa un amico chitarrista accompagnato da un tizio.
Questo tagliò corto dicendo che aveva sentito dire che ero bravo al basso e che mi voleva nel suo gruppo.
Questo gruppo aveva un contratto con un locale di Merano, a 30 km da casa, per suonare per tre mesi, tutte le sere, dalle 21,00 alle 04,00, cioè sette ore al giorno, più 3 ore la domenica pomeriggio.
Alla fine disse:”si comincia domani, primo dicembre, ci stai?”
Dopo un primo sgomento risposi che non ero all’altezza, non possedevo uno strumento mio e nemmeno l’ampli. E poi mia madre non mi lascerebbe mai andare a suonare in una specie di night.
“Beh, non c’è problema, sono sicuro che suoni bene, il basso te lo presto io, l’ampli lo compriamo domani e adesso vai a chiedere a tua madre”.
Ero ormai alle strette, ero molto timoroso, ma sicuro della risposta negativa andai da mia madre.
Lei che era sempre stata premurosa con i suoi otto figli era un po’ delusa di avere una pecorella nera (cioè io) che non rientrava nei ranghi come gli altri. Quindi avevo ben poche speranze.
Invece fece un paio di ragionamenti e mi rispose: “a scuola non ci vai, lavorare non lavori, allora vai, ma fai il bravo!” Per me è stato un colpo. Da quel momento la mia vita sarebbe cambiata radicalmente. Fino a quel giorno non uscivo di casa dopo le dieci di sera, andavo raramente al cinema, qualche partita di hockey e basta.
Non c’era neanche il tempo per pensare che partimmo verso la casa di Mario. Nel salotto c’era tutta la strumentazione pronta per fare delle prove. Abbiamo provato una ventina di pezzi e in più ce n’erano altri cinque di riserva.
Al mattino dopo puntualmente alle otto ci presentammo al negozio di strumenti per comprare l’ampli. Era marchiato “Sound”, testata e cassa da 2x12”, penso da 80 Watt. Il mezzo di trasporto era la mitica 600 Multipla, già carica di tutta la strumentazione, perfino sul tetto.
Arrivati sul posto abbiamo ripassato il repertorio e alle nove di sera cominciò l’avventura.
Solo allora mi resi conto della strumentazione: la batteria era una Meazzi da quattro soldi, ma nel mezzo del palchetto splendevano due Super Reverb del ’66. Un chitarrista aveva una Strato del ’64 e l’altro suonava una Jaguar dell’epoca. Il basso prestatomi era un Eko semiacustico a scala corta e con un manico stretto. I microfoni erano rigorosamente Shure e l’impianto era un combinato MB con due casse contenenti una quantità di altoparlanti da 6” full-range.
Ovviamente la prima sera è stata molto faticosa, ero stato sveglio per 22 ore ma il peggio doveva ancora venire.
Praticamente si suonava ininterrottamente per sette ore ad eccezione di una pausa di dieci minuti verso le due, quando il boss ci dava dei panini imbottiti (sembrava più chewing-gum che pane).
Dopo poche settimane eravamo talmente stanchi (qualcuno dormiva in piedi perché era vietato sedersi) che senza un piccolo, innocuo aiuto “chimico” non saremmo arrivati alla fine.
Si andava a letto alle 5-6 di mattina e di giorno si dormiva fino alle quattro di pomeriggio.
In compenso il compenso (!!) non era male: guadagnavo il doppio dei miei fratelli più vecchi ma i soldi non bastavano mai e poi, finito di pagare l’ampli e il basso, non mi rimase che qualche spicciolo. I miei compagni di gruppo erano tutti più vecchi di me, 18, 20 e 23 anni, per cui mi prendevano i giro, anche per mio italiano molto stentato e per la pronuncia (avevo la erre moscia). Ben presto però cominciavano a rispettarmi perché musicalmente ero il più “veloce” a imparare i pezzi e la memoria era ancora a posto.
Musicalmente ero maturato molto e uno degli assoli per basso più impegnativi del periodo, “My Generation” degli Who, lo imparai in un’ora scarsa. Cominciarono anche le prime avventure con le ragazzine. Nonostante la mia timidezza era piuttosto facile “abbordare” perché in quel periodo se suonavi uno strumento la gente ti metteva su un piedistallo, eri qualcuno.
Finiti questi tre mesi il gruppo si sciolse (non potevamo più vederci) e due elementi non li ho più rivisti da allora. L'unico piccolo rammarico che ho è la rinuncia a qualcosa di importante, ma a 15 anni Milano era troppo distante e troppo grande, anche se mi sarebbe piaciuto fare il turnista. Chissà, forse non sarei qui a scrivere queste righe. Negli anni seguenti sono riuscito a suonare in una quantità di gruppi ma questa è un’altra storia.
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