Tutti conosciamo l’immagine di un’americano a Roma, quella di un giovanissimo Alberto Sordi davanti a un piatto di spaghetti: “Maccarone! Tu m’hai provocato, e io mo’ te magno!” Ma c’è anche quella, oggi meno nota, di un americano a Torino che è rappresentata da una Ford Thunderbird color lilla accartoccita contro un camion all’incrocio tra via Paisiello e Viale Rossini a Roma, era l’alba del 3 febbraio 1960, in quell’incidente molto americano, molto alla James Dean moriva a soli 38 anni, forse il più grande cantante jazz/swing italiano: Fred (Ferdinando) Buscaglione (Torino 23/11/1921 Roma 3/2/1960) il grande, l’immenso Fred era appena uscito dal suo ambiente naturale: Il night club per andare incontro alla morte. Nel suo genere un altro come lui non c’è più stato. Io sono torinese, conosco bene i torinesi, quei pochissimi rimasti, torinesi gente strana, naturalmente dotati di quell’ironia pungente condita di gramo fatalismo, così ben rappresentata da artisti come Carlo Campanini attore dalla comicità austera e colma di saggezza, o il duo Rick e Gian una coppia di professionisti assoluti, devastanti, o Macario attore d’avanspettacolo, teatro e cinema, grande amante di donne, famose le donnine di Macario, che però rideva pochissimo, sempre in bilico tra la maschera da clown e il povero cristo. Insomma il torinese è così, viaggia molto con la fantasia ed ha qualcosa di americano innato nel suo DNA come il pragmatismo e la concretezza, e anche una certa qual signorilità, forse dovuta alla stretta convivenza con la casa reale che a lungo andare ne ha plasmato le caratteristiche, il carattere. Il torinese Fred, il grande Fred nasce in Corso Giulio Cesare zona Porta Palazzo da una famiglia povera, padre imbianchino, madre portinaia e insegnante di pianoforte per arrotondare, lui si dimostra da subito incline alla musica, suona vari strumenti: il piano, la tromba, il violino che in gergo torinese chiamava “Merlus” (merluzzo). Il ragazzo ad appena undici anni viene ammesso al conservatorio G. Verdi di Torino, ma presto lascia gli studi, la famiglia non si può permettere di mantenerglieli, così lui cresce suonando in giro per le sale da ballo della città, un’esperienza che contribuirà a crearne il personaggio di duro di periferia, gran viveur, le sue donne sono o puttane o spogliarelliste o pupe del boss, accanito fumatore e bevitore di wisky, play boy e piccolo gangster. In uno di questi locali conosce il compositore paroliere Leo Chiosso, e con Leo si instaura un sodalizio artistico che durerà fino alla morte del grande Fred. Ma è la guerra la sua fortuna: fatto prigioniero dagli americani, si occupa di organizzare spettacoli musicali per le truppe, e li viene notato per le sue doti artistiche ed entra nell’orchestra della radio alleata, un modo per fare esperienza con i nuovi ritmi e sonorità provenienti dagli USA, ne uscirà marchiato a vita dallo Swing. Finita la guerra rientra a Torino e fonda il suo gruppo “Gli Asternovas” che sono praticamente i suoi ex commilitoni durante la prigionia, gira i locali d’Italia ed Europa, sale da ballo e night club spesso di bassissimo livello. Fred coi suoi baffetti e l’aria alla Clark Gable, oltre che cantare interpretava i personaggi dei suoi brani che erano quelli conosciuti in tanto girovagare, il tema era sempre più o meno lo stesso: Bulli e pupe, Night Club, wisky, partite a poker e tanta malavita, ma era il suo mondo, un mondo fatto di locali fumosi, di puttane, gangster e pupe dei gangster, di rivoltellate e la vita corsa sempre al limite del lecito. Infondo lui interpretava se stesso e anche un po’ quello che avrebbe voluto essere. Nel 1955 dopo tanta gavetta esce il primo disco: Che Bambola/Giacomino, è subito un successo bissato da brani come, Teresa non sparare, Eri piccola così, Love in Portofino, Porfirio Villarosa (ispirata alla figura del celebre Play Boy Porfirio Rubirosa), Whisky facile, in poco tempo Fred Buscaglione e Leo Chiosso diventarono un binomio vincente. Fred nel giro di poco tempo entrò nello star sistem italico, presente anche nelle pubblicità di Carosello e in qualche film musicale, ormai era un personaggio. Ma chi ha avuto la fortuna di vedere le performance live di Fred Buscaglione e gli Asternovas parla di un gruppo che suonava divinamente ma che sapeva anche interpretare, gente che non si limitava all’esecuzione fine e se stessa, ma che andava oltre cercando sempre idee nuove, celebre un’esecuzione al River Club di Firenze, li gli strumentisti iniziavano a suonare nascosti dietro gli strumenti e i leggii, il pubblico nel semibuio della sala vedeva solo il luccicare della batteria, del contrabbasso, udiva i suoni ma non vedeva i musicisti che però erano proprio li davanti, vedeva le mani del bassista, vedeva muoversi nell’aria le bacchette del batterista, ma non vedeva altro finchè poco a poco apparirono anche i suonatori, fu un successone. Del grande Fred piaceva la voce rauca, l’aria da canaglia impertinente, il sogno americano che riusciva a impersonare e che per molti italiani dell’epoca era una lontanissima chimera, infine le capacità di attore che sapeva così bene inserire nelle sue canzoni. Gli Asternovas: Fred Buscaglione voce e violino, poi solo voce, i fratelli Franco e Berto Pisano rispettivamente alla chitarra e al contrabbasso, Gianni Saiu chitarra, Carletto Bistrussu alla batteria. Ad essi nel tempo si aggiunsero Giulio Libano e Sergio Valenti fiati. Oltre ai componenti iniziali, si ricordano i pianisti Dino Arrigotti e Paolo Zavallone, il batterista Ulderico Rovero, Giorgio Giacosa al sassofono, clarinetto e flauto. Quella era gente che aveva la musica nel sangue, venivano dalla guerra, dalle privazioni, dalla fame, avevano alle spalle solo macerie, davanti solo un sogno: suonare il jazz. A loro non importava nulla dover studiare, faticare, provare e riprovare spesso in condizioni difficilissime, dopo quello che avevano passato, questo non era niente. La breve vita del grande Fred, come tutte le vite dei grandi è stata intensissima, pochi anni a disposizione, ma in quei pochi anni, la vita vissuta al massimo. Fred Buscaglione, segni particolari: Baffo alla Clark Gable, giacca bianca, pantalone nero e farfallino, scarpe da ballo di vernice nere, mezz’etto di brillantina sul capello, eterna sigaretta a penzoloni all’angolo della bocca, in mano bicchiere di wisky on the rocks e tanto, tantissimo swing.