
Scrivo sull'onda emotiva delle notizie provenienti da Duisburg.
19 giovani sono morti, calpestati nella calca. Centinaia sono rimasti feriti, traumatizzati, shoccati. Molti di loro, pur incolumi nel corpo, non dimenticheranno più il 24 luglio del 2010.
Io sono padre di due giovani dell’età di quelli che hanno lasciato la vita sull’asfalto del tunnel della Karl-Lehr-Strasse. Non posso accettare l’idea che si muoia per motivi così futili.
Il mondo occidentale ha sofferto lungo tutto il XX secolo per scongiurare il pericolo che i propri ragazzi venissero gettati a scadenze regolari nella fornace delle guerre. Ma sembra impotente nell’evitare che i giovani possano trovare la morte in episodi come questi o nel lento, ma non meno tragico, stillicidio degli incidenti del sabato sera.
Eppure nessuno sembra poter far nulla.
I giovani (e anche tanti meno giovani) continuano a subire il potente condizionamento di un sistema di opinione globalizzato per cui alcune cose DEVONO esser fatte, pena la morte civile, la negazione del sé come cellula sociale.
DEVO andare in discoteca, DEVO andare in vacanza, DEVO fare uno sport estremo, DEVO andare alla Love Parade.
Ed “esserci”, a questi appuntamenti, risulta più importante di “essere”. In altre parole, io, al di fuori di un contesto, non esisto, non mi diverto. L’esistere e il godere devono avvenire nell’ambito di un qualcosa che, poi, io possa raccontare ed esibire come un curriculum vitae.
Beninteso, non c’è assolutamente nulla di male né nell’andare a ballare, né nel fare un viaggio di vacanza, né nell’imparare ad andare sul parapendio, né nel partecipare ad un evento. Anzi.
Quello che è subdolamente gravissimo, è farlo in un gregge. E’ nel farlo con numeri da esodo biblico. E’ nel farlo senza chiedersi mai se, per caso, il gioco non valga la candela.
Se cinquanta ragazzi ballano in spiaggia intorno ad un fuoco, il divertimento è assicurato e la funzione liberatoria ed esperienziale dello stare insieme pure. Ma se i ragazzi sono un milione e mezzo, è facile ci scappi il morto. Servizio d’ordine impeccabile o meno.
E quel che più mi disgusta è che, se da una parte viene subdolamente instillata nei giovani l’idea che partecipare è “esserci” ed essere vivi (da cui l’idea che rinunciare sia un po’ come perdere un treno che non passerà più), dall’altra il gioco è orchestrato da potenti interessi economici. E dietro economia e finanza ci sono gli adulti, che avrebbero tutti i numeri, il potere e l’esperienza di prevederle, queste cose.
E come adulto del Terzo Millennio, credetemi, mi vergogno.