Venerdì sera. Tè caldo col miele. Buono. Poi ci si lava i denti e ci si infila sotto le coperte.
E a cosa si pensa? Alla nostra cara, dolce ed attraente… chitarra!
Quante chitarre ci aspettano là fuori? Quante sfavillanti asce ti guardano dalle vetrine dei negozi? E ti chiamano. Senza urlare, sommessamente, ti chiamano.
E quando non sono davanti ai tuoi occhi la loro calda voce rimbomba costantemente nelle orecchie, nel cervello.
Domattina, appena sveglio, voglio andare in quel bel negozio fuori città. Tanti strumenti. Tante chitarre.
Poi buio.
Apro gli occhi, passa un minuto e suona la sveglia.
In men che non si dica i vestiti volano addosso. I denti, la faccia sono bagnati e poi asciutti. Oggi niente barba. E’ più rock.
Giubbotto, chiavi e via.
Un’ ora di viaggio. Virgin radio trasmette gli Oasis. Gli Oasis. Il luogo in cui sto andando è un’oasi. Un’oasi di musica in un deserto di note.
Non corro. Mi godo il viaggio con le cinture ben allacciate.
Arrivato.
Scendo. Chiudo la portiera.
Tic tac. Fanno i tacchi delle scarpe da ginnastica. C’è qualcosa che non va. Sono io che sento il ticchettio dei texani entrare da quella porta come per accedere a quel saloon con quei colori, quegli odori noti, piacevoli, inebrianti.
Ovunque chitarre.
Faccio una passeggiata fra gli strumenti. Ne accarezzo qualcuno. Il commesso mi squadra. Lo squadro pure io. Cos'è: geometria? “Serve una mano?” – “Ne servirebbero due per fare buona musica”. – rispondo. Si ride. “Ed una buona chitarra”. Dice lui. Risate.
Da buon risparmiatore chiedo subito dove posso trovare il reparto dell’usato. “Cosa cerchi?”. “Una Tele”. “Uhm.. vediamo. Ho questa”. L’avevo già vista durante il breve tour.
Mi trovo di fronte ad una (credo) American Vintage ’52 (magari fosse del '52!). o almeno ne aveva la faccia. Una bella bionda. Mi dice qualcosa in merito allo strumento ma neanche ascolto.
Qualche scheggiatura ed un battipenna vissuto mi sorridono.
Controllo tecnico visivo e tattile. Manico dritto. Non avevo mai assaporato un manico del genere. Niente male. Davvero niente male. Intonata. Action non troppo bassa, ma nemmeno troppo scomoda. Ormai l’ampli è caldo. Nessun tasto frigge. Potenziometri lisci lisci. Selettore a posto. Basta qualche riff semplice semplice per accorgersi che “twanga” proprio bene. Una donna col twanga. Niente male.
Chiedo il prezzo. Vengo risvegliato bruscamente dal sogno.
Possibile che un pezzo di legno abbia questo valore?
“E’ un pezzo mica da ridere, te l’ho detto prima.” - dice il commesso. E mi toglie di mano la bionda.
Non si tratta. E poi, anche trattando, si restava alti. Troppo alti per uno come me.
“L’unico modo per averla a meno è prenderne un’altra o costruirsela!!” – sghignazza.
…costruirsela. …costruirsela. …costruirsela. …costruirsela.
Era uno sbeffeggiamento o una sfida?
Non ho dubbi. Una sfida. Non una sfida col commesso. Una sfida con me stesso.
Arte povera anche qui. Ma con qualcosa in più.
Apro il rubinetto della fantasia e vado nella vecchia cantina del nonno. Quante cianfrusaglie. Bottiglie, scatoloni, biciclette, battiscopa, mensole, un vecchio armadio con il fondo in compensato, scope. Un momento: mensole, battiscopa chiaro (non so che legno sia, ma è duro e bello), dopo una bella ripulita dovrebbero uscire delle belle venature, compensato, scope?
E vai! Ci siamo!
Si forma un disegno molto chiaro in testa. E le idee cominciano a fluire, impetuose, come un fiume nelle sua piena più maestosa. Brain storming, credo lo chiamino. “Maciello” lo definisco io. Maciello creativo. Non c’è nulla di male. In men che non si dica esplode l’attrezzatura questa volta arricchita da una bella fresatrice.
Il tempo di battere le palpebre e si parte.
Scarico i progetti della Tele. Vorrei essere più preciso questa volta. Arte povera ma precisa. Voglio imitare quell’oggetto visto poco tempo prima. Vicino ad essere una relic. Perché no. Non una relic creata dal tempo e dall’usura, ma una “nata relic” . I materiali di partenza lo sono già e per proseguire su questa falsa riga un’idea: precisione (nei limiti del possibile) nell’esecuzione, ma poca cura nel maneggiare i materiali.
Ecco che dopo qualche colpo di sega, spruzzi di colla, pialla, raspa, lima, fresatrice, carta vetrata, viti e cacciaviti comincia a plasmarsi ancora una volta lei: l’idea. Nata dagli umili oggetti che ogni giorno ci soccorrono come devoti e umili servitori ma che, visti con l’occhio della fantasia, diventano altre cose. Diverse, davvero molto diverse.
Per chi avesse voglia di sentire la fine della fiaba… all'articolo! All'articolo!