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James Senese e Napoli Centrale a Taranto

di brunoritchie [user #11773] - pubblicato il 26 dicembre 2007 ore 10:35
Gran pienone domenica sera, 23 dicembre 2007, al Ramblas di Taranto per il concerto di James Senese con Napoli Centrale. Il Ramblas è uno dei pochi club della nostra città dove è possibile gustare buona musica, cercando di ingannare la monotonia delle lunghe sere della stagione invernale. Seppur dotato di una ottima acustica, il locale ha purtroppo una capienza di pubblico veramente limitata e, durante eventi di questa importanza, si trasforma in un forno crematorio e in una scatola per sardine.Purtroppo, buona parte dei presenti erano lì per fare “salotto”, per muoversi avanti e indietro nel locale senza una reale meta, spintonando a destra e a manca, oppure per dimenare il sedere al ritmo di una musica di cui non avevano nessuna cognizione di causa.Pertanto, tutti coloro che avevano qualcosa da dire al proprio vicino, erano costretti ad urlare con un tono di decibel superiore a quello che proveniva dal palco. Risultato: caciara! Ma veniamo al Concerto. James è uscito dal camerino e mi è passato a venti centimetri. Dal punto di vista fisico, nonostante i suoi 62 anni, si tiene benissimo e la pelle del suo viso è molto bella e lucida. Sembra un giovanotto. Ha suonato abbastanza bene, però non al suo massimo livello. Purtroppo, il fiato ed il soffio non sono più intensi e potenti come una volta e, sempre grandioso nel cantato, l’altra sera non è riuscito ad esprimere tutte le sue potenzialità di grande musicista. I suoi fraseggi si sono spesso rilevati discontinui, poco spontanei e convinti. In alcuni casi, mi spiace dirlo, li ho trovati addirittura inconcludenti. In poche parole, mi è sembrato molto più distratto e svagato del solito, sicuramente a causa dell’irriguardoso brusio del pubblico. Però, il suo groove è sempre da brivido.Il Napoli Centrale c’era? Nessuno dei componenti originali. Non c’era nemmeno il fedele Agostino Marangolo che, cinque o sei anni fa ho avuto l’onore e il piacere di ascoltare insieme a Senese durante un concerto della Festa dell’Unità di Grottaglie (TA). I nomi dei componenti della band non sono riuscito a capirli, a causa del forte brusio in sala che copriva letteralmente la voce di James durante le pause, il quale, tra l’altro … beh! Lo sapete come parla, no? ... Si trattava comunque di musicisti poco più che trentenni, molto volenterosi e sicuramente comunicativi che, però, mi hanno dato l’impressione di essere un po’ inesperti dal punto di vista tecnico e poco addentrati nel tema specifico del Napoli Centrale. Nonostante gli sforzi profusi, il loro sound mi è sembrato troppo moderno e poco attinente alle sonorità originali del Napoli Centrale.Per tutti questi motivi avrei preferito che sulla locandina fosse apparso il solo nome di James Senese che, da solo, basterebbe a riempire una piazza, senza ricorrere a certi infantili stratagemmi probabilmente motivati da esigenze di incasso! Il primo brano è scivolato via abbastanza bene … o meglio, con uno scivolone iniziale del pianista che non ha eseguito al primo colpo il tema iniziale, forse perché non ha sentito il ritorno del sax nelle casse, il cui volume era inizialmente troppo basso.In “Simme jute e Simme venute” ho immediatamente realizzato che il brano era stato riarrangiato in modo diverso da quello originale. Ho anche la certezza che tale discordanza fosse intenzionale e premeditata per distaccarsi completamente dal sound di uno dei brani più originali e rappresentativi dell’album “Mattanza. Tuttavia, pur rispettando la decisione di modernizzare il brano, il tempo era, a mio modesto parere, completamente sballato ed inadeguato, con stacchi di batteria piuttosto imprecisi ed asincroni. Il brevissimo assolo di piano come potrei definirlo? Da dimenticare! Già, tanto è vero che James si è appunto scordato di cantare gli ultimi versi del brano, proprio quelli che danno il senso compiuto a tutto il testo. Le parole, se non mi sbaglio, traggono origine da una delle tradizioni popolari partenopei che impone alle spose un pellegrinaggio annuale al Santuario di Montevergine: "Simme jute e simme venute, Quante grazie che avimme avute !!! ”, queste le parole originali che la genialità di Franco del Prete ha trasformato in enunciazioni decisamente più colorite per esprimere lo stato di disagio e la tragica disperazione che regna in moltissimi ambienti sociali di Napoli. E poi sono stati eseguiti diversi altri brani, alcuni più vecchi ed altri più recenti, tra i quali “E' Na' Bella jurnata” e “Malasorte”. Le pause tra una canzone e l’altra sono state animate dal solito scemo di turno che, dal fondo della sala, urlava in continuazione: “Campagna! Vogliamo Campagna!”. Molto arguta ed ironica è stata la risposta di James: “Addò aì, ‘ncampagna? Mò fa fredde ‘ncampagna! Vabbè, po’ vene a campagna!”. Alla fine James ha voluto accontentare lo scocciatore, ridicolizzando però di ridicolizzare l’insulsa reiterata richiesta con una presentazione ancor più arguta ed ironica: “Il prossimo pezzo è contenuto nell’ultimo nostro CD che è uscito da una settimana e che costa poco e niente … tanto la casa discografica non la paghiamo!”.Mi è sembrato molto interessante la canzone “Maria Maddalena”, uscita cinque anni fa e che, a detta di James, è stata subito censurata dal Vaticano, a causa del contenuto blasfemo del testo. Pare infatti che sia stata pesantemente boicottata e ne sia stata totalmente impedita la messa in onda su tutte le radio, persino quelle …libere. Strano a dirsi ma gli unici pezzi che mi hanno veramente trasmesso forti emozioni sono stati tutti quelli più pacati e, per così dire, studiati. Invece, tutti quelli più movimentati, si sono rivelati abbastanza deludenti, forse a causa dell’eccesso di adrenalina immagazzinato dai ragazzi della band che, nella buona intenzione di voler ben apparire, è invece risultata incline a strafare.A mia modesta analisi, in diverse occasioni sia il batterista che il tastierista hanno sfidato inopportunamente i propri limiti tecnici. Il primo è andato spesso fuori tempo ed ha marcato molto male quasi tutti i breaks. Durante il suo assolo si è perso per almeno quattro battute ed ha combinato un autentico pasticcio quando ha deciso di voler impressionare gli astanti con una rullata di doppio pedale, tanto imprecisa quanto inutile. Il suo tocco era sicuramente eccellente nell'uso dei piatti, decisamente agile nei flames sui tom, ma troppo pesante sul rullante che, tra l’altro, era decisamente male equalizzato ed aveva la pelle troppo tirata (sgradevole). Il secondo aveva invece buone idee, ma non possedeva la giusta sinapsi per metterle in pratica. Direi simpaticamente che, in certi momenti, le sue svisate mi hanno ricordato le passeggiate notturne della mia gatta sulla tastiera del pianoforte. Ha inoltre abusato nell’utilizzo degli effetti elettronici che, secondo le sue intenzioni, volevano emulare le sonorità degli anni settanta: però, la scheda audio di simulazione del Rhodes Fender non era stata tarata in modo corretto ed il suono del gran piano era cupo e metallico. Sono inoltre certo che, se avesse evitato certi inutili virtuosismi e si fosse attenuto maggiormente al suo copione, avrebbe sicuramente riscosso maggiori consensi.Il bassista è stato quello che ha commesso meno errori, anche perché non si è esposto molto, privilegiando fraseggi di pochissime note, quasi tutte eseguite sulla quarta e quinta corda e scrupolosamente rinchiuse nei primi cinque/sette capotasti. Ha purtroppo inoltre scelto anche lui una brutta timbrica, a tratti cavernosa e a tratti spernacchiante, decisamente inascoltabile e comunque troppo funky. Nel penultimo pezzo il talento e la genialità di James sono finalmente venuti tutti fuori, dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, di essere uno dei più grandi sassofonisti di jazz italiani viventi. Queste le sue parole per annunciare l’ultimo bis, dedicato al suo artista di riferimento, John Coltrane: “… questo è il nostro ultimo pezzo, sempre che voi lo volete!”. "Ho cambiato le parole, pecchè chelle origginali mi sembravenno nu' poco strane ...", ha aggiunto James. Il testo, in effetti, era una sorta di granmelot partenopeo, un originale no-sense complessivo del testo che ben si integrava con le sonorità meramente "coltraniane". L’esecuzione nel complesso mi è sembrata però ancora una volta poco intensa e assai poco convinta.Bisogna considerare che James e i suoi compagni hanno suonato per un’ora e mezza con un gran caldo addosso e con un brusio di fondo che palesava il clima di scarso rispetto e di scarsa considerazione che animava la maggior parte del pubblico. Sfido chiunque a mantenere la giusta concentrazione in un simile contesto.E’ stata quindi una esibizioni a fasi alterne, complessivamente non molto ben riuscita. Dopo essersi lamentato invano per il mancato funzionamento dell’aria condizionata, James ha comunque voluto regalare tutto se stesso sino alla fine del concerto. Aggiungo simpaticamente e senza alcuna cattiveria che la camminata di James, a fine concerto, mi è sembrata abbastanza incerta e malferma, non so per il malessere causato dal forte caldo, ovvero dagli svariati bicchierini di “tè freddo” che si è bevuto durante l’esibizione ...Secondo me l’intero collettivo ha somatizzato il clima negativo che regnava in sala, primo di tutto lo scarso livello di attenzione e di partecipazione da parte della stragrande maggioranza dei presenti, dei quali bastava guardare la loro faccia per comprendere che non gliene poteva “fregà de meno” di avere di fronte uno dei talenti musicali più significativi dell’intero contesto della musica alternativa italiana.A parte la performance non impeccabile, James Senese rimane un genio, un grande maestro di sassofono ed un capo-scuola della musica Jazz/Rock contemporanea, a cui occorre doverosamente tributare il massimo rispetto e la massima considerazione.

Gran pienone domenica sera, 23 dicembre 2007, al Ramblas di Taranto per il concerto di James Senese con Napoli Centrale.

Il Ramblas è uno dei pochi club della nostra città dove è possibile gustare buona musica, cercando di ingannare la monotonia delle lunghe sere della stagione invernale. Seppur dotato di una ottima acustica, il locale ha purtroppo una capienza di pubblico veramente limitata e, durante eventi di questa importanza, si trasforma in un forno crematorio e in una scatola per sardine.

Purtroppo, buona parte dei presenti erano lì per fare “salotto”, per muoversi avanti e indietro nel locale senza una reale meta, spintonando a destra e a manca, oppure per dimenare il sedere al ritmo di una musica di cui non avevano nessuna cognizione di causa.

Pertanto, tutti coloro che avevano qualcosa da dire al proprio vicino, erano costretti ad urlare con un tono di decibel superiore a quello che proveniva dal palco. Risultato: caciara!

Ma veniamo al Concerto. James è uscito dal camerino e mi è passato a venti centimetri. Dal punto di vista fisico, nonostante i suoi 62 anni, si tiene benissimo e la pelle del suo viso è molto bella e lucida. Sembra un giovanotto. Ha suonato abbastanza bene, però non al suo massimo livello. Purtroppo, il fiato ed il soffio non sono più intensi e potenti come una volta e, sempre grandioso nel cantato, l’altra sera non è riuscito ad esprimere tutte le sue potenzialità di grande musicista. I suoi fraseggi si sono spesso rilevati discontinui, poco spontanei e convinti. In alcuni casi, mi spiace dirlo, li ho trovati addirittura inconcludenti. In poche parole, mi è sembrato molto più distratto e svagato del solito, sicuramente a causa dell’irriguardoso brusio del pubblico. Però, il suo groove è sempre da brivido.

Il Napoli Centrale c’era? Nessuno dei componenti originali. Non c’era nemmeno il fedele Agostino Marangolo che, cinque o sei anni fa ho avuto l’onore e il piacere di ascoltare insieme a Senese durante un concerto della Festa dell’Unità di Grottaglie (TA). I nomi dei componenti della band non sono riuscito a capirli, a causa del forte brusio in sala che copriva letteralmente la voce di James durante le pause, il quale, tra l’altro … beh! Lo sapete come parla, no? ... Si trattava comunque di musicisti poco più che trentenni, molto volenterosi e sicuramente comunicativi che, però, mi hanno dato l’impressione di essere un po’ inesperti dal punto di vista tecnico e poco addentrati nel tema specifico del Napoli Centrale. Nonostante gli sforzi profusi, il loro sound mi è sembrato troppo moderno e poco attinente alle sonorità originali del Napoli Centrale.

Per tutti questi motivi avrei preferito che sulla locandina fosse apparso il solo nome di James Senese che, da solo, basterebbe a riempire una piazza, senza ricorrere a certi infantili stratagemmi probabilmente motivati da esigenze di incasso! Il primo brano è scivolato via abbastanza bene … o meglio, con uno scivolone iniziale del pianista che non ha eseguito al primo colpo il tema iniziale, forse perché non ha sentito il ritorno del sax nelle casse, il cui volume era inizialmente troppo basso.

In “Simme jute e Simme venute” ho immediatamente realizzato che il brano era stato riarrangiato in modo diverso da quello originale. Ho anche la certezza che tale discordanza fosse intenzionale e premeditata per distaccarsi completamente dal sound di uno dei brani più originali e rappresentativi dell’album “Mattanza. Tuttavia, pur rispettando la decisione di modernizzare il brano, il tempo era, a mio modesto parere, completamente sballato ed inadeguato, con stacchi di batteria piuttosto imprecisi ed asincroni. Il brevissimo assolo di piano come potrei definirlo? Da dimenticare! Già, tanto è vero che James si è appunto scordato di cantare gli ultimi versi del brano, proprio quelli che danno il senso compiuto a tutto il testo. Le parole, se non mi sbaglio, traggono origine da una delle tradizioni popolari partenopei che impone alle spose un pellegrinaggio annuale al Santuario di Montevergine: "Simme jute e simme venute, Quante grazie che avimme avute !!! ”, queste le parole originali che la genialità di Franco del Prete ha trasformato in enunciazioni decisamente più colorite per esprimere lo stato di disagio e la tragica disperazione che regna in moltissimi ambienti sociali di Napoli. E poi sono stati eseguiti diversi altri brani, alcuni più vecchi ed altri più recenti, tra i quali “E' Na' Bella jurnata” e “Malasorte”.

Le pause tra una canzone e l’altra sono state animate dal solito scemo di turno che, dal fondo della sala, urlava in continuazione: “Campagna! Vogliamo Campagna!”. Molto arguta ed ironica è stata la risposta di James: “Addò aì, ‘ncampagna? Mò fa fredde ‘ncampagna! Vabbè, po’ vene a campagna!”. Alla fine James ha voluto accontentare lo scocciatore, ridicolizzando però di ridicolizzare l’insulsa reiterata richiesta con una presentazione ancor più arguta ed ironica: “Il prossimo pezzo è contenuto nell’ultimo nostro CD che è uscito da una settimana e che costa poco e niente … tanto la casa discografica non la paghiamo!”.

Mi è sembrato molto interessante la canzone “Maria Maddalena”, uscita cinque anni fa e che, a detta di James, è stata subito censurata dal Vaticano, a causa del contenuto blasfemo del testo. Pare infatti che sia stata pesantemente boicottata e ne sia stata totalmente impedita la messa in onda su tutte le radio, persino quelle …libere. Strano a dirsi ma gli unici pezzi che mi hanno veramente trasmesso forti emozioni sono stati tutti quelli più pacati e, per così dire, studiati. Invece, tutti quelli più movimentati, si sono rivelati abbastanza deludenti, forse a causa dell’eccesso di adrenalina immagazzinato dai ragazzi della band che, nella buona intenzione di voler ben apparire, è invece risultata incline a strafare.

A mia modesta analisi, in diverse occasioni sia il batterista che il tastierista hanno sfidato inopportunamente i propri limiti tecnici. Il primo è andato spesso fuori tempo ed ha marcato molto male quasi tutti i breaks. Durante il suo assolo si è perso per almeno quattro battute ed ha combinato un autentico pasticcio quando ha deciso di voler impressionare gli astanti con una rullata di doppio pedale, tanto imprecisa quanto inutile. Il suo tocco era sicuramente eccellente nell'uso dei piatti, decisamente agile nei flames sui tom, ma troppo pesante sul rullante che, tra l’altro, era decisamente male equalizzato ed aveva la pelle troppo tirata (sgradevole). Il secondo aveva invece buone idee, ma non possedeva la giusta sinapsi per metterle in pratica. Direi simpaticamente che, in certi momenti, le sue svisate mi hanno ricordato le passeggiate notturne della mia gatta sulla tastiera del pianoforte. Ha inoltre abusato nell’utilizzo degli effetti elettronici che, secondo le sue intenzioni, volevano emulare le sonorità degli anni settanta: però, la scheda audio di simulazione del Rhodes Fender non era stata tarata in modo corretto ed il suono del gran piano era cupo e metallico. Sono inoltre certo che, se avesse evitato certi inutili virtuosismi e si fosse attenuto maggiormente al suo copione, avrebbe sicuramente riscosso maggiori consensi.

Il bassista è stato quello che ha commesso meno errori, anche perché non si è esposto molto, privilegiando fraseggi di pochissime note, quasi tutte eseguite sulla quarta e quinta corda e scrupolosamente rinchiuse nei primi cinque/sette capotasti. Ha purtroppo inoltre scelto anche lui una brutta timbrica, a tratti cavernosa e a tratti spernacchiante, decisamente inascoltabile e comunque troppo funky. Nel penultimo pezzo il talento e la genialità di James sono finalmente venuti tutti fuori, dimostrando, se mai ce ne fosse bisogno, di essere uno dei più grandi sassofonisti di jazz italiani viventi.

Queste le sue parole per annunciare l’ultimo bis, dedicato al suo artista di riferimento, John Coltrane: “… questo è il nostro ultimo pezzo, sempre che voi lo volete!”. "Ho cambiato le parole, pecchè chelle origginali mi sembravenno nu' poco strane ...", ha aggiunto James. Il testo, in effetti, era una sorta di granmelot partenopeo, un originale no-sense complessivo del testo che ben si integrava con le sonorità meramente "coltraniane". L’esecuzione nel complesso mi è sembrata però ancora una volta poco intensa e assai poco convinta.

Bisogna considerare che James e i suoi compagni hanno suonato per un’ora e mezza con un gran caldo addosso e con un brusio di fondo che palesava il clima di scarso rispetto e di scarsa considerazione che animava la maggior parte del pubblico. Sfido chiunque a mantenere la giusta concentrazione in un simile contesto.

E’ stata quindi una esibizioni a fasi alterne, complessivamente non molto ben riuscita. Dopo essersi lamentato invano per il mancato funzionamento dell’aria condizionata, James ha comunque voluto regalare tutto se stesso sino alla fine del concerto.

Aggiungo simpaticamente e senza alcuna cattiveria che la camminata di James, a fine concerto, mi è sembrata abbastanza incerta e malferma, non so per il malessere causato dal forte caldo, ovvero dagli svariati bicchierini di “tè freddo” che si è bevuto durante l’esibizione ...

Secondo me l’intero collettivo ha somatizzato il clima negativo che regnava in sala, primo di tutto lo scarso livello di attenzione e di partecipazione da parte della stragrande maggioranza dei presenti, dei quali bastava guardare la loro faccia per comprendere che non gliene poteva “fregà de meno” di avere di fronte uno dei talenti musicali più significativi dell’intero contesto della musica alternativa italiana.

A parte la performance non impeccabile, James Senese rimane un genio, un grande maestro di sassofono ed un capo-scuola della musica Jazz/Rock contemporanea, a cui occorre doverosamente tributare il massimo rispetto e la massima considerazione.


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